Recensione: The Crusade

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I Trivium nascono nell’ormai lontano 1999 per mano del batterista Travis Smith a Orlando, in Florida, culla del death metal ottantiano e Patria d’origine di band del calibro di Death, Morbid Angel e Obituary. In seguito a innumerevoli cambi di line-up e di coordinate musicali s’impongono, nei primi anni 2000, grazie a lavori come il pur acerbo “Ember To Inferno” e il brutale “Ascendancy”, come gruppo di punta della nuova ondata thrash/death/*-core a stelle e strisce. L’unica, dopo il fuoco di paglia del nu metal, in grado di rivaleggiare, quantomeno in termini di popolarità, con le die hard-band del passato.

Come i primi Avenged Sevenfold e ben più dei Bullet For My Valentine (tanto per restare in tema di 'Young Gods') manifestano una forte propensione nel mescolare sonorità estreme con forti dosi di melodia, secondo la tipica ricetta metalcore, finendo per dividere il pubblico in due fazioni. Da un lato un nutrito seguito di nuove leve, affascinate da questo formalmente impeccabile mix di violenza e cantabilità, dall’altra uno zoccolo duro di thrasher/deathster legati a una tradizione in ambito estremo che non ha (quasi) mai concesso nulla alle mode o al mercato e quindi piuttosto diffidente nei confronti di questi nuovi gruppi e del loro discutibile look a base di ciuffi, tatuaggi e metal t-shirt d’annata. Se gli Avenged Sevenfold, piacciano o meno, da “City Of Evil” in poi hanno trovato una loro strada ormai abbastanza definita, i Trivium, con “The Crusade”, decidono di mescolare le carte in tavola andando a creare un album fondamentalmente revivalistico, in cui, pur non mancando alcuni tratti tipici del sound dei precedenti lavori di Heafy & Co., l’aria che si respira è quella del vecchio thrash metal anni ‘80 e l’influenza di maggior rilievo è quella dei Quattro Cavalieri di S. Francisco.  

“Ignition” è la canzone che i Metallica, manco a dirlo, non riescono più a comporre dal 1988, tosta e rabbiosa, caratterizzata da ritmiche dinamiche e da una melodia da dieci e lode. Matt Heafy è assolutamente formidabile con le sue vocals ruvide e incazzose fortemente hetfieldiane, ma si difende bene anche sul pulito, palesando in più di un’occasione il retaggio metalcore. Nell’incipit di “Detonation” si fa sentire maggiormente l’influenza dei Testament in virtù di un riffing più elaborato, dalle sfumature progressive e poi ancora Metallica a manetta, con annesso assolo al fulmicotone a metà tra l’Hammett più velocista e il classico 'noise by King & Hanneman'. Da qui in poi emergono di nuovo le radici metalcore del sound dei Trivium: break con melodia in pulito, di quelle che faranno imbestialire i detrattori, seguito da un grande assolo di marca heavy/thrash e via via fino alla fine: potenza, velocità, tecnica e motivi cantabili: c’è di che iniziare a sorridere sul serio. “Entrance Of The Conflagration” ha un che dei vecchi Annihilator ma con un plus melodico tipicamente made in Trivium che rende ancora più efficace il contrasto con le ritmiche granitiche e i soli taglienti e veloci in odore di Iron Maiden ad opera dello stesso Heafy e di Corey Beaulieu. Heavy metal tipicamente anni ‘80 anche nell’anthemica (non a caso) “We Are The Fire”, una di quelle canzoni autoreferenziali molto in voga agli albori del movimento, oggi magari un po’ stantia in quanto a tematiche ma in ogni caso molto energica e tutto sommato piacevole. “Unrepentant” ruba l’attacco a “Through The Never” dei Metallica, ma lo sviluppo della canzone è ottimo: il crescendo delle strofe gestisce molto bene la tensione fino al cambio di ritmo e al riuscitissimo refrain. Addirittura puntate nel grunge dei primi anni ‘90 nelle strofe di “And Sadness Will Sear” con intrecci vocali che ripercorrono le orme del celeberrimo duo Staley/Cantrell, ma il resto è thrash metal ispirato e suonato come ci si aspetta da un band di questo livello tecnico, mentre, “Becoming The Dragon” estrae dal cilindro un techno thrash di fine anni ‘80 di grandissima fattura: riff spaccaossa e refrain d’alta classe, senza disdegnare qualche sfuriata *-core e pure un accenno di growl vocals che strizza l’occhio a un passato non ancora troppo lontano. “To The Rats” mescola con abilità aggressività, melodia e fughe strumentali di alto profilo, nulla di particolarmente nuovo sotto il sole, ma con la lancetta del contagiri spostata verso lidi più estremi rispetto a quanto sentito finora.

La successiva “This World Can’t Tear Us Apart” è il pezzo che suona maggiormente moderno di tutto il platter, vuoi per il tema tendente al metalcore più easy listening, vuoi per il riffing rallentato e armonioso e il risultato finale non è molto distante da quanto abitualmente proposto dai Bullet For My Valentine, un paio di gradini sotto gli episodi migliori di “The Crusade”. Si rialza il ritmo con “Tread The Floods”: atmosfere epicheggianti nelle strofe, accelerazioni thrashy e l’ennesimo ritornello di gran pregio. “Contemps Breeds Contamination” prende le mosse da riff e sonorità à la Machine Head dei primordi, con la voce di Heafy più aliena e 'robotica' del solito, ma i veri punti di forza sono il formidabile pre-coro e un refrain che non fa prigionieri. “The Rising” è un altro anthem, per la verità più riuscito di “We Are The Fire”Heafy hetfieldeggia che è un piacere, ma è la canzone in sé che funziona, non è propriamente heavy, non è di certo thrash, forse è più hard rock metallizzato, fortemente influenzato dai Maiden. La chiusura è affidata alla title track, uno strumentale di elevata caratura che rinverdisce la tradizione delle ormai mitiche “Orion”, “The Call Of The Kthulu” o “The Day At Guyana”; pur non raggiungendone le imprendibili vette, il lavoro svolto dalla band è come sempre di altissimo livello e la canzone spazia lungo quindici anni di thrash/speed metal (anche echi di “Into The Lungs Of Hell” soprattutto all’inizio) con grande perizia.  

“The Crusade” è indubbiamente un disco bello e ispirato, un ottimo mix di vecchio (80%) e nuovo (20%), parlando attraverso crudi numeri, che probabilmente ha l’intenzione di mettere d’accordo un po’ tutti e di dimostrare l’autenticità delle radici sonore di questi ragazzi. Forse i Trivium non inventano nulla e contribuiscono solamente a rinvigorire una tradizione musicale tracciata da altri, eppure, visto anche il gradimento globale del pubblico, il fisiologico ricambio generazionale passa anche da loro e quest’album costituisce tuttora un ottimo biglietto da visita.  

Stefano Burini
 

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Tracce
1. Ignition 3:54
2. Detonation 4.30
3. Entrance Of The Conflagration 4:34
4. Anthem (We Are The Fire) 4:03
5. Unrepentant 4:51
6. And Sadness Will Sear 3:34
7. Becoming The Dragon 4:43
8. To The Rats 3:42
9. This World Can’t Tear Us Apart 3:30
10. Tread The Floods 3:33
11. Contemps Breeds Contamination 4:28
12. The Rising 3:45
13. The Crusade 8:18 (strumentale)  

Durata 57 min.  

Formazione
Matt Heafy – Voce e chitarra
Coreay Beaulieu – Chitarra e voce
Paolo Gregoletto – Basso
Travis Smith – Batteria

 
80