Recensione: The Deathmass Cloak

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Quali sono i confini fra il death e il doom? Anzi, ce ne sono? A scorrere la lista delle band che, A.D. 2015, dichiarano di suonare ‘death / doom’ (o viceversa), parrebbe di no. La sutura fra i due generi pare essere così adesa che, in molte situazioni, sia davvero impossibile definire cosa suoni una band senza tirare in ballo la più su citata e virgolettata definizione.

Anche i californiani Ghoulgotha, nati solo tre anni fa ma già autori di un demo (“No Peace To Rest In”, 2013), un EP (“Prophetic Oration Of Self”, 2014), uno split con gli Into Darkness (“Shifted To The Red End Of The Spectrum / Abnormal Paralysis”, 2014) e il full-length di debutto, questo “The Deathmass Cloak”, non piano sfuggire a questa tendenza... ‘fusion’.

Una tendenza la quale, tuttavia, fa a pugni con il consolidato asserto che mette al primo piano l’unicità di un genere musicale, affinché il medesimo mantenga inalterata la propria identità stilistica. Insomma, in questo caso è death o è doom. Niente vie di mezzo, niente ‘imbastardimenti’. Un’interpretazione senz’altro tranciante e probabilmente pregna d’ortodossia, che tuttavia trova riscontro in chi scrive. Certo, si tratta di un’impostazione ideologica personale, questa, che però condiziona fortemente lo sviluppo della recensione la quale, come deve essere, diventa... ‘fatto di tutti’. I quali, nel caso specifico, leggeranno di “The Deathmass Cloak” come visto dalla parte del death.

Un versante senz’altro comprendente alcuni stilemi fondamentali del doom, ma che presenta improvvisi quanto vertiginosi cambi di pendenza quando, dalle lisergiche spire ritmiche degli slow-tempo, si passa alla furia dei blast-beats (“A Neck For The Nameless Noose”, “Austere Urns”). Non è che il trio di San Diego ami particolarmente la velocità di avanzamento, questo è certo, però non sono nemmeno pochi i segmenti i cui i BPM si alzano per valicare, per l’appunto, la linea rossa che segnala la morte imminente e cioè l’intrusione nelle paludi del death.

Come suggerisce il suggestivo disegno di copertina, W. Sarantopoulos e i suoi adepti amano intendere il metal quasi come ‘sofferenza’ estrema, a mo’ di quell’ascensione sul Golgota che ha così tanto impressionato l’Umanità da centinaia d’anni, prescindendo da fede e quant’altro di simile. Un calvario musicale che trafigge l’anima da parte a parte, con le sue immense propaggini. Tanto possenti quanto oscure. Quasi invisibili, ma solo perché si confondono con lo sfondo, terribilmente oscuro, dell’Universo tratteggiato dal growling dello stesso Sarantopoulos, dai laceranti soli di Mann e dal trascinato drumming di Koryn.

Nel loro complesso, i Ghoulgotha non offrono particolari spunti innovativi, ed è difficile scovare qualcosa che marchi il loro sound in maniera indelebile. Vero è, tuttavia, che alcune spaventose discese nell’Abisso (“Prophetic Oration Of Self”) sono davvero claustrofobiche, soffocanti, zeppe di zolfo. È anche vero, nondimeno, che – a parte la dissonante ma affascinante “Saturnal Rites” – , le song non sono di facile assimilazione. Anzi, appaiono ostiche e arcigne anche dopo numerosi ascolti, risultando un po’ stucchevoli, alla fine.

È per questo, allora, che “The Deathmass Cloak” presumibilmente non passerà alla Storia del metal per qualche sua vincente peculiarità. L’onore delle armi non può che essere accordato, ai Ghoulgotha, per il loro deciso impegno e la loro genuina passione. Ma poco di più.

Né dalla parte del death, né da quella del doom, per chiudere il cerchio.     

Daniele “dani66” D’Adamo

 
70