Recensione: The Desert Winter

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Il suono ridondante della mestizia rimbomba, grezzo e deforme, nelle note strumentali del secondo lavoro in studio degli statunitensi Canyon of the Skull. L’idea dell’abbandono, del lascivo ed indefinito presagio, in cui poi ogni ascoltatore potrà forse trovare riflesso qualcosa di sé, sono i protagonisti del full-length.

Ognuno di noi potrà, da questa immagine abbozzata, come idealmente definire e terminare il sentimento così brutalmente pennellato. Sound eco di una semplicità che echeggia in una dimensione assai ricca di particolari, di cui ognuno di noi è ideale scenario. 

Trentasette minuti di musica, per un unico brano che si fa dapprima fangoso e poi si dissolve in una malinconia strumentale che definiremmo struggente. Nessun virtuosismo, nessuna intenzione di stupire, solo ambientazioni rarefatte di doom metal, la cui sofferta decadenza esprime più attuali contorni sludge

Raccoglimento di un istante, “The Desert Winter” incarna la solitudine di una pace avidamente cercata, che solo ora realizziamo come così preziosa. Chiaramente questa è la lettura di un disco in cui l’emotività è la connotazione principale, considerando il genere, l’assenza di una voce e, conseguentemente, di testi. 

L’onda di suoni fa galleggiare letteralmente la nostra anima, lasciando il corpo in un sonno ristoratore. “The Desert Winter”  risulta a tratti ampolloso, enfasi che si disfa nelle lacrime versate e poi dimenticate ai nostri piedi. 

Al di là di ciò, troviamo il lavoro raffinato e reso con la giusta proporzione di distorsioni e armonie, ammaliando. Ci incuriosirebbe vedere coinvolta anche una voce, magari dai toni più heavy old school, piuttosto che il classico growl che spesso si incrocia in questi contesti.

Vedremo se la band saprà andare oltre certi clichè, osando con qualche ingrediente più personale che sappia attirare maggiormente la nostra attenzione.  

Stefano “Thiess” Santamaria

 
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