Recensione: The Deviant Chord

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Inutile menare il can per l’aia: “The Deviant Chord”, ultimo nato in casa Jag Panzer, era atteso. Ed era atteso da tempo, aggiungo: da quando la band aveva deciso di ritornare sulla scena dopo lo scioglimento datato luglio 2011. Da allora s’era visto qualcosina: uno show speciale qua, un cofanetto di vinili in tiratura limitata là, ma niente in grado di creare vero fomento nei fan, almeno fino all'annuncio di un paio di anni fa riguardante un fantomatico nuovo album in uscita “nel 2017”…

In che anno siamo adesso?

Ascoltare un album dei Jag Panzer è come incontrare dopo anni un vecchio amico che conosci da una vita e, senza rendersene conto, attaccare a parlare con la stessa disinvoltura di chi non si vede al massimo da un paio d’ore. Non c’è bisogno di raccontarsi troppo cosa è successo durante la lontananza: il feeling è immediatamente ritrovato, quel periodo di lontananza non è mai esistito.

Born of the Flame” apre le danze con una melodia trionfale e power chord rocciosi messi lì apposta per instillare la giusta carica nell’ascoltatore, giocherellando tra aggressività ed eleganza e supportati egregiamente da una sezione ritmica guerrafondaia e sempre in palla per tutta la durata dell’album, per ribadire che le doti tecniche del gruppo non sono oggetto di discussione. Sopra tutti l’ugola dorata di Harry Conklin, che si conferma per l’ennesima volta un cantante non meno che notevole. L’opener, nella sua granitica e trionfale semplicità, svolge brillantemente il suo compito, ma è con la successiva “Far Beyond All Fear” e il suo incedere propositivo che i nostri sparano la cartuccia grossa e si guadagnano il prezzo dell’album, confezionando una canzone aggressiva e cafona il giusto ma che conquista con un ritornello letteralmente da pelle d'oca, capace di galvanizzare l’ascoltatore fin dal primo passaggio. E non aggiungo altro. La title track gioca con le morbide note di un carillon seguite da una melodia compassata e dai toni più morbidi di Harry. Le chitarre tornano a esigere attenzione in poco meno di due minuti, caricando il brano di tensione pur mantenendo i ritmi blandi e scanditi. Di tanto in tanto tornano a farsi sentire sporadici accenni di melodia, seppur screziati di una sottile vena di inquietudine per mantenere l’ascoltatore sul chi vive, pressato dalla muscolarità del gruppo. “Black List” parte con la cafonaggine tipica di certi Manowar, stemperandola di quando in quando con sporadiche iniezioni di melodia ma senza stravolgere troppo un andamento marziale e quadrato, mentre con la successiva “Foggy Dew” (ballata tradizionale irlandese del 1916, coverizzata praticamente da chiunque, compresi i nostrani Wotan) i Jag Panzer svolgono il compito senza strafare, dispensando comunque pesanti dosi di carica battagliera con la consueta eleganza anche grazie a una prova maiuscola di Conklin. E dopo la chiamata alle armi dei giovani irlandesi si rimane entro i confini dei mid-tempo anthemici con “Divine Intervention”, altra canzone scandita e dall’incedere inesorabile ma che, a conti fatti, non aggiunge nulla a quanto sentito finora.  Le delicate note di un piano si accompagnano al violino per introdurre la ballatona, “Long Awaited Kiss”, col suo andamento altalenante tra dolci melodie e chitarre cariche di pathos, impreziosita da un assolo tanto classico quanto efficace. Forse è la mia ben nota avversione alle ballate che parla (in fondo va detto che la traccia scorre egregiamente e si lascia ascoltare senza problemi) ma a mio avviso questa canzone è un po’ troppo prolissa e si poteva condensare di più, dicendo quel che doveva dire nella metà del tempo, ma mi rendo conto che il mio è solo un parere personale. Per fortuna la rullata intraprendente di “Salacious Behavior” mi comunica che si sta tornando in territori a me più congeniali, con una classica cavalcata arcigna e arrogante in cui si alternano, senza soluzione di continuità, schegge impazzite di melodia agguerrita, riff corposi e ottime incursioni soliste. La carrellata di fuochi artificiali prosegue con la deflagrante “Fire of Our Spirit”, piaciona e facilina finché volete ma anche splendidamente carica di foga battagliera e con una struttura da manuale del metallo, e la conclusiva “Dare”, dal piglio marziale e l’incedere maligno che si stempera solo con l’arrivo del ritornello più melodico. Degna di menzione anche l’ottima sezione strumentale che inaugura la seconda metà del brano, prima del ritorno ai tempi più scanditi e i riff rocciosi che ci accompagnano fino al termine del disco, chiuso in modo secco e diretto senza troppe sbrodolate.

Diciamolo subito: “The Deviant Chord” non è il miglior album dei Jag Panzer, personalmente mi sarei aspettato qualche mid-tempo in meno e qualche frustata in più, ciononostante non posso proprio dirmi insoddisfatto, anzi: avercene di come-back di questo calibro! La qualità tecnica del gruppo non si discute, la sua coerenza e attitudine nemmeno, e il livello dell’album si mantiene alto per tutta la sua durata, con l’aggiunta di quel paio di canzoni che spiccano sul resto e valgono da sole il prezzo del cd. Certo, qualche episodio sottotono c’è, gli manca quel quid che l’avrebbe fatto diventare un classico e in qualche occasione sembra che i nostri si limitino un po' a svolgere il compitino senza calcare troppo la mano, ma in fondo a chi importa?
Bentornati!

 
80