Recensione: The Diarist

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No, non è una sorpresa né tantomeno un improvviso salto di qualità. Ciò che il ritorno dei Dark Lunacy rappresenta è piuttosto la conferma ad alti livelli di una band che fin dai suoi primi giorni ha saputo dimostrare il proprio valore. Dopo aver impressionato pubblico e critica all'alba del nuovo millennio con l'ottimo Devoid e mantenuto tutte le promesse un triennio più tardi con Forget Me Not, la formazione parmense giunge oggi al terzo appuntamento da studio con un album che – diciamolo pure senza troppi giri di parole – si prospetta fin dalle prime battute come il vertice più alto toccato dalla sua discografia.

Nei due capitoli che lo avevano preceduto i Dark Lunacy fissavano i canoni di un sound ben definito, personale e caratteristico. Allora, la delicatezza ricercata dei violini era accostata con grande maestria a una base violenta ma melodica, di chiara matrice death, per ricreare atmosfere melanconiche, raffinate, per molti versi affini al gusto gotico. Oggi i Dark Lunacy si sono spinti oltre: forti dell'esperienza accumulata nel tempo hanno affinato da un lato le eredità death e accolto dall'altro nuove influenze, la maggior parte delle quali sono da attribuirsi alla feconda tradizione operistica dell'est europeo.

Ne è nato The Diarist, concept album a tema storico, che senza nascondersi dietro a bandiere o ideologie si tuffa a capofitto nel passato, fin negli abissi della seconda guerra mondiale. E a tal riguardo va subito osservato che, contariamente al costume più diffuso, il suo fine non è riecheggiare il clamore delle grandi battaglie, bensì far affiorare dall'oblio le storie silenziose di un quotidiano di sofferenza e povertà, sullo sfondo delle tristemente note Novecento Giornate di Leningrado.
Proprio alla tradizione russa spetta il compito di dar voce ai venti elementi di un coro misto a tre voci, frequente protagonista di interventi solenni e maestosi, trave maestra delle nuove costruzioni sinfoniche della band. Tra i suoi interventi più significativi spiccano The Farewell Song, grandiosa rivisitazione in chiave death di una vecchia nenia popolare sovietica, e la devastante Motherland – per chi scrive apice sommo di tutto l'album – un inno di inaudita drammaticità e potenza, maestoso e imponente, di quelli capaci di scuotere anche le pietre.
Ma, sia chiaro, non è certo alla violenza sonora che tocca fare le spese del nuovo contributo melodico, arricchito peraltro dall'opera di pianoforte, organo e quartetto d'archi, Al contrario, la band di dimostra fin dalle prime battute ben determinata a non scendere a compromessi con le proprie radici estreme, e se l'impeto dei riff che aprono le danze sulla travolgente Aurora non bastasse a sciogliere ogni dubbio in proposito, ci pensa poco più tardi la rabbiosa Pulkovo Meridian a chiudere definitivamente la questione, abbattendo i riff poderosi della scure di Enomys su una sezione ritmica serrata e potente. Tra tanti protagonisti una menzione particolare non può essere negata al singer Mike, artefice in questi anni di un netto miglioramento sia sul piano della padronanza dello screaming sia su quello dell'espressività. L'odierna prestazione, sintesi di pathos tragico e ferocia animalesca, si dimostra la più eloquente testimonianza del suo eccezionale stato di forma, peraltro pienamente condiviso da ciascuno dei membri della band.
 
Si potrebbe discorrere ancora a lungo sulla competenza tecnica o sulla qualità del songwriting, ma ogni ulteriore lode su tali punti si ridurrebbe a un vano esercizio di retorica. Piuttosto, ciò che oggi colpisce maggiormente dei Dark Lunacy è l'autorevolezza con cui questa band, ancora relativamente giovane, riesce a imporre un proprio sound, originale e maturo, senza appoggiarsi ai cliché del genere ma reinterpretandoli e rinnovandoli secondo il proprio gusto. Qualcosa che ormai riesce con fatica anche a formazioni più blasonate.
Chi finora fosse rimasto in qualche misura titubante, scoprirà in The Diarist la lama capace di troncare definitivamente ogni riserva: al 2006 i Dark Lunacy si dimostrano una delle punte di diamante del death melodico, non solo italiano, ma anche europeo.

Tracklist:
01. Aurora
02. Play Dead
03. Pulkovo Meridian
04. The Diarist
05. Snowdrifts
06. Now Is Forever
07. On Memory White Sleigh
08. Heart Of Leningrad
09. Prospekt
10. Motherland
11. The Farewell Song

 
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