Recensione: The Disconnect

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Il metalcore non è morto. In realtà se la passa molto bene e il nuovo album degli Heart Of A Coward ne è l’ennesima dimostrazione. Scusate la franchezza e perdonate la mia maldestra capacità nel rovinare ogni tipo di suspense avreste preferito – perlomeno sino a metà recensione. Il punto è che sono anni che sento dire che il metalcore sia ormai un genere finito e che le preferenze dei fan siano inequivocabilmente finite per dirottarsi su quei generi alle volte nati proprio sulle solide fondamenta dello stesso. Senza chiamare in causa tutti i possibili derivati – di cui ne scorderei di sicuro almeno due dozzine – il metalcore è senza ombra di dubbio un genere che ha attraversato un periodo di sovraffollamento, ma che proprio grazie al fatto di concedere sottili confini con sottogeneri che godono di vita propria, è riuscito a resistere nel tempo, mantenendo alta la bandiera di ritmiche vigorose e aperture melodiche.

 

Il quintetto britannico nato a Milton Keys spegne quest’anno la decima candelina di attività e con all’attivo 4 album (incluso quest’ultimo) fanno parte di quella che potremmo definire second wave of metalcore, quella caratterizzata da una maggiore attenzione verso le nuove sonorità e quindi con tratti a volte djent, alle volte hardcore (non il caso degli HOAC), piuttosto che sound più tradizionali. Questo consente di ampliare lo spettro di ascoltatori, soprattutto se tenete in considerazione le strepitose abilità vocali del nuovo singer Kaan Tasan, che firma il debutto nelle fila della band, a poco più di un anno dal suo ingresso in line-up. Il processo di songwriting si riflette lungo l’intero disco, ispirato, fresco e al tempo stesso pienamente fedele alla causa metallica. Idee nate strumentali e altre interamente sviluppate con l’ingresso di Tasan hanno portato a 10 brani perfettamente coesi tra loro, tutti impregnati di sonorità compatte, riffing spessi come la crosta terrestre e che non conoscono il significato della parola noia.

Certo che dopo aver premuto il tasto play, beccarsi Drown In Ruin è un po’ come aprire la porta di casa e prendersi una mazza di ferro sui denti, con l’unica e sostanziale differenza che la opener è qualcosa di eccezionale e che metterete presto in loop. Già, se solo non fosse che la seguente Ritual fa altrettanto, aumentando i bpm, ma pur sempre mantenendo fissa l’attenzione sulle affilatissime ritmiche di chitarra, i cambi di tempo (e mood) della sezione ritmica e la voce di Tasan, il quale si rivela ben presto mattatore indiscusso, grazie ad un’ottima padronanza dello screaming e delle parti a voce pulita che arricchiscono l’intero disco e lo rendono soprattutto un prodotto per nulla proibitivo anche per chi è meno avvezzo a sonorità heavy. Il fatto di avere uno screaming che porta alla mente il compianto Chester Bennington può fare la sua parte, ma tolta questa impressione puramente personale, sia il singer che il resto della band godono di vita propria. Il sound stesso, pur arrivando alle nostre orecchie in maniera decisa e forte di accordature che prediligono la pesantezza di riff massicci piuttosto che la pura velocità, non nasconde influenze identificabili in nomi quali Nevermore, As I Lay Dying e - lasciatemelo dire – anche qualcosa di casa Slipknot. A prescindere da tutto ciò, gli HOAC dicono la loro, a modo loro e senza curarsi di farlo alle alte velocità o su binari più lenti, dove esce maggiormente fuori una vena djent che ci ricorda che siamo nel 2019 e non nel 2009.

 

Il trittico successivo composto da Collapse, Culture Of Lies e In The Wake prosegue il discorso intrapreso e mostrando ulteriormente, soprattutto in quest’ultima, come la band sappia scrivere ottima musica, in grado di farci sfogare dallo stress accumulato, ma con intelligenza e disciplina. Giunti a metà disco non ci si avvale più dell’effetto sorpresa. In poco più di venti minuti abbiamo capito che gli HOAC sanno dove mettere le note, come piazzarle e cosa urlare sopra, fatta eccezione per la delicata e malinconica Return To Dust, che introduce Suffocate, un’altra mazzata sui denti utile a finire ciò che è stato cominciato in principio. Non finisce qui, perché Parasite raccoglie lo scettro per la più arrabbiata del disco, mentre la conclusiva Isolation spazia tra ritmiche sincopate a ciò che rappresenta al meglio una panoramica del sound della band, la quale dimostra che i tre anni trascorsi dal precedente lavoro sono serviti ad affilare ulteriormente le punte delle lance a disposizione. The Disconnect, questo il titolo del quarto lavoro in studio del combo inglese, è un ottimo disco, in grado di soddisfare chi è alla ricerca di qualcosa di contemporaneo che però non ha intenzione di tagliare i ponti con il proprio passato. Sarà la gioia di chi è alla costante ricerca di note basse, come di chi non intende rinunciare a qualche ritornello melodico o di qualche galoppata in palm mute, ma soprattutto sarà una bella sorpresa per chi vuole quasi quaranta minuti di buona musica. The Disconnect è coerente con se stesso, vario, mai scontato e mai noioso, nonostante dispensi note e parole esattamente dove le avremmo volute. E’ un album per appassionati di buona musica, che per una volta non guarderanno al metalcore come una versione ruffiana del death metal melodico. Quasi dimenticavo, se avrete modo di sentirli dal vivo, sappiate che è roba da headbanging selvaggio.

 

Brani chiave: Drown In Ruin / Ritual / In The Wake

 
80