Recensione: The Divine Comedy

Di Stefano Gardini - 11 Gennaio 2011 - 0:00
The Divine Comedy
Band: Black Jester
Etichetta:
Genere:
Anno: 1997
Nazione:
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80

Negli anni Novanta, prima dell’esplosione del fenomeno metal “made in Italy”, erano ben pochi i gruppi che tenevano alta la scena di casa nostra e, come se non bastasse, quei pochi che lo facevano erano sempre in equilibrio precario tra budget ridotti all’osso e produzioni fortemente deficitarie.
Tra coloro che non si lasciarono scoraggiare da queste condizioni avverse ci furono i trevigiani Black Jester che, dopo due album meritevoli, ebbero l’audacia di provare a trasformare in musica niente meno che la Divina Commedia. A onor del vero non è la prima volta che l’opera del Sommo Poeta incontra la musica: già nel 1973 un gruppo romano prog rock chiamato Metamorfosi incise il suo capolavoro intitolato Inferno, il primo di una trilogia attualmente ancora non conclusa a cui è stato aggiunto il secondo capitolo solo nel 2004 con l’album Paradiso. Recentemente l’Opus Magnum di Dante è diventato anche un musical composto da Marco Frisina che ha riscosso un notevole successo di pubblico in giro per la Penisola.
Senza voler togliere gli indiscussi meriti di un musical che ha tra i suoi punti di forza un teatro di una certa grandezza, un’orchestra di proporzioni adeguate e un numero di attori, interpreti e personaggi che contribuiscono a rendere suggestivo il tutto, riuscire a ricreare le stesse atmosfere e dare emozioni altrettanto forti armando l’ascoltatore con un semplice booklet e utilizzando come unico supporto un compact disk è un’impresa non da poco che i nostri riescono a portare a termine con successo.

The Divine Comedy si presenta diviso in tre brani dal minutaggio corposo: Inferno, Purgatorio e Paradiso, ognuno dei quali è composto da più scene che offrono uno scorcio diverso dell’opera dantesca. Dal punto di vista del sound, il “Giullare Nero” può essere definito come un incrocio tra gli americani Warlord, i nostrani Le Orme del periodo progressive, e i Marillion della prima era.
La lunga suite che inaugura l’album è caratterizzata da partiture lente adagiate su atmosfere evocative e repentini cambi di tempo conditi da sfuriate di chitarre neoclassiche; le tastiere sono molto importanti nell’economia del lavoro dei Black Jester, specialmente in situazioni come questa e hanno dalla loro parte la capacità di non risultare mai né invasive, né prolisse.
Un discorso a sé lo merita il cantato, che ai tempi fece piovere critiche sul quintetto veneto: sebbene Alexis D’Este non vantasse un’estensione vocale paragonabile ai migliori cantanti, secondo l’opinione di chi scrive, il suo punto di forza è stata un’espressività ingentilita da una buona dose di melodia e delicatezza mai abbandonata durante tutto il disco e, in alcune occasioni, rafforzata con l’uso dei cori.
La parte centrale di Inferno riprende rivisitandola a livello di testi, firmati da Loris Furlan, la poesia “L’abisso” di Charles Baudelaire; il risultato finale è una canzone oscura, epica e gotica, oltre che un esempio di progressive ben riuscito, come saranno i brani a seguire.
La scalata della montagna del Purgatorio inizia con una sensazione di penombra, che rimarrà latente per tutto il quarto d’ora di durata della traccia, creata dall’accoppiata tastiere-chitarra: in questo episodio si rileva una presenza minore di parti interamente strumentali, a favore di linee di cantato in maggiore evidenza.
Se la penombra è il filo conduttore del secondo brano, la luce ne è quello dell’ultima parte: il Paradiso; qui la melodia, mai scontata e mai banale è la vera protagonista. Facendo uso della medesima dinamica di cui si è già accennato, si rincorrono parti soffuse e delicate, con altre in cui gli strumenti sembrano danzare di gioia; in tale contesto, la chitarra riesce ad esprimersi in maniera sontuosa e solenne. A livello di lyrics, viene qui ripresa la celeberrima poesia “O capitano, mio capitano!” di Walt Whitman.

In definitiva si tratta di un lavoro imponente ed evocativo, dai marcati connotati barocchi, che può anche contare su una produzione comunque decorosa che a mio avviso penalizza il ruolo del basso elettrico. Nell’ora abbondante di musica che offrono i Black Jester la noia non fa mai capolino, lasciando che siano le emozioni a parlare; solamente la scarsa promozione del lavoro e, soprattutto, il sopraggiungere in quegli anni di prodotti di più immediata assimilazione hanno fatto in modo che The Divine Commedy passasse in secondo piano fin quasi a cadere nell’oblio.

Stefano “Fulcanelli” Gardini

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Tracklist:

1 – Inferno (32:02)
       I: Enigma Overture
       II: Towards The Black Theatre
       III: Behind That Gate
       IV: On The Neon Crucifixes’ Road
       V: The Abyss
       VI: Another Childhood’s Stake
       VII: Falling In The Nightwhirl
       VIII: Room After Room
       IX: Requiem For An Endless Jigsaw
       X: The Final Stage

2 – Purgatorio (15:11)
       I: The Angel And The Fisherman
       II: Harbour Of Sinners
       III: The Detaching March
       IV: Tears Of Dew

3 – Paradiso (24:24)
       I: One More Time
       II: Towards The Light
       III: Sailin’ On The Rainbow’s Wave
       IV: The Flying Ship
       V: Lost In The Open Skies
       VI: The Divine Parade
       VII: Epilogue For A White Rose
 

Lineup:

Paolo Viani: guitars
Alexis “The Jester” d’Este: vocals
Gil Teso: bass
Alberto Masiero: drums
Rocco Prete: keyboards

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