Recensione: The Druid King

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Tempo di debutto (lungamente rimandato, peraltro) per i californiani Niviane, che si affacciano sul mondo metal con il loro “The Druid King”. Dietro un titolo e, soprattutto, una copertina come questi non poteva che celarsi un solido e rombante power metal, a metà tra il roccioso e stridente incedere americano e le traboccanti melodie europee. Diversamente da quanto avevo immaginato, però, l’album non è un concept sulla mitologia arturiana né sulla figura di Merlino, ma si permette di spaziare da figure della tradizione norrena a quella giapponese, passando per la mitologia classica e Roma antica. Per quanto riguarda la resa musicale, poi, già dai primi istanti dell’opener “The Berserker” si capisce quale sarà l’andazzo: qui ci si mena, e lo si fa nel modo più cafone possibile, niente di più e niente di meno. Echi di Iced Earth si affacciano qua e là nella proposta dei nostri, che fa della grinta e della carica propulsiva possente e coatta il proprio marchio di fabbrica grazie a riff corposi e sudati, una sezione ritmica quadrata ed insistente e un vocione arcigno ma non sguaiato. Non ultima la produzione, funzionale allo scopo e ben strutturara nonostante si stia parlando di un album autoprodotto.
Rumori di battaglia interrotti bruscamente da un riff grosso e cattivo che si impenna quasi subito fungono da antipasto, permettendo alla voce di Norman, a suo agio sia quando c’è da urlare che quando si deve abbassare i toni per trasmettere un po’ di sana cattiveria, di entrare in scena. L’incedere si mantiene agguerrito, salvo poi aprire a una sezione solista variegata e a tratti maestosa, prima di tornare alle robuste e insistenti melodie che sfumano nell’arpeggio iniziale, che chiude il cerchio. Con “Adrestia”, introdotta da arpeggi vagamente mediorientali, le melodie si fanno decisamente più minacciose e sinfoniche senza però abbandonare mai il pesante chitarrismo dei nostri californiani. La figlia di Ares e Afrodite, dea dell’equilibrio tra bene e male, viene qui omaggiata con una traccia d’impatto tanto classica quanto caciarona in cui si fanno largo, di tanto in tanto, sporadici innesti più rock-oriented che ben si amalgamano con la compattezza delle ritmiche e delle linee armoniche, sebbene temo che la sua linearità di fondo le permetterà di dare il massimo solo in contesti dal vivo. “Watch the Banners Fall”, dopo un inizio tipicamente hard rock, aggiunge all’amalgama possente e maschio dei nostri una cospicua dose di pathos, dovuto perlopiù a cori maestosi e melodie a modo loro malinconiche che si insinuano tra le ritmiche compatte e il lavoro muscolare della coppia d’asce, mentre la seguente “Into Twilight”, dopo la prima iniezione di magniloquenza trionfale e coatta che mi aveva fatto drizzare le antenne, sfuma in una traccia scandita e dall’andamento classicamente americano, diretto e senza fronzoli. Un riff classicissimo e caciarone, da prefazione al manuale del metallo, costituisce la base portante di “Gladiator”, traccia battagliera in cui i nostri non si fanno mancare qualche sprazzo di solennità ad alto tasso di testosterone. La stessa cosa dicasi per “Arise Samurai”, traccia maligna e scandita da riff densi nella quale, però, i nostri sembrano infondere una maggiore cura per linee vocali più cangianti. “Elegy” inizia con un arpeggio soffuso, irrobustito man mano dall’intervento del resto del gruppo. In qualità di quasi-ballata dell’album, la canzone sfoggia una minore propensione alla muscolarità e alle ritmiche furenti, concentrandosi più su linee melodiche sofferte e cariche di pathos. Ok, stavo scherzando: i riff ci sono ancora, ma si limitano a flettere i bicipiti solo in un paio di occasioni e giusto per non far scadere la traccia nella lagnosità tipica di alcune ballate da latte alle ginocchia (il che me l’ha fatta amare anche di più, lo confesso). Si torna a picchiare con “March of the Jötunn”, altro brano dall’incedere tipicamente heavy-power impreziosito da armonie molto azzeccate e d’effetto e, di nuovo, dal ricorso a una buona dose di trionfalismo. Ancora rumori di battaglia, accompagnati a tuoni lontani, si fondono con un arpeggio maligno e sottaciuto per introdurre “War of Immortals”, che poi esplode in un’altra canzone d’assalto diretta e immediata: i cori prendono il sopravvento, per aggiungere quel po’ di esaltazione che non guasta mai intrecciandosi a riff tirati e assoli semplici e accattivanti, mentre la successiva “Heaven Overflow” prosegue bene o male sullo stesso terreno, ma prestando più attenzione al tasso di testosterone ed alla progressione ritmica della traccia, che parte tranquilla salvo poi accelerare in modo costante.
Chiude questo “The Druid King” la title-track, dall’andamento ritmato e anthemico. Il tasso di aggressività del gruppo viene messo un po’ da parte per lasciare spazio a melodie solari e positive, power chord come se piovesse e, insomma, tutto quello che serve per prendersi bene durante una canzone di chiusura, anche se a mio avviso la parte finale poteva essere articolata meglio. Detto questo posso comunque affermare che i nostri baldi americani hanno confezionato un esordio solido e compatto, diretto e privo di inutili orpelli. Il livello di “The Druid King” si mantiene buono per tutta la sua durata senza appesantirsi con riempitivi superflui, e sebbene non brilli per originalità e non contenga la classica "ciliegina sulla torta" garantisce di sicuro un’oretta di musica possente e cafona, trionfale il giusto ma senza per questo scivolare nella pacchianeria. Un bel sette abbondante se lo merita tutto.

 
72