Recensione: The eleventh illusion

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Tornano nei nostri stereo i Lucid Dream del mastermind Simone Terigi. Due anni fa, il gruppo genovese aveva dato vita a un ottimo disco di debutto, Cosmos 11, biglietto da visita di una band con le idee chiare, capace di proporre un hard rock pulito e corposo, caratterizzato da una suoni netti e da atmosfere energiche. Forti dell’ottima accoglienza ricevuta dal primogenito, i nostri tornano alla ribalta con un CD di tredici tracce con cui cercheranno di bissare il buon risultato ottenuto. Non dimentichiamo che, pur impressionando con la sua qualità, il debutto della band non era scevro di difetti; speriamo che, in questo nuovo capitolo della discografia del quartetto, le problematiche pregresse siano state risolte.
Ovviamente, il miglior modo per scoprirlo e mettersi comodi e sparare a tutto volume The eleventh illusion a tutto volume. Possiamo esimerci? Non credo proprio. Signori, vediamo un po’ cos’hanno combinato questi quattro ragazzi.

Basterebbero un primo sguardo alla copertina e un ascolto distratto alla traccia di apertura per capire che il disco si inserisce nei solchi tracciati dal suo predecessore: un’altalena di brani energici e ballate più intime che fluiscono costanti per l’intera durata del disco. È sicuramente nei passaggi più rapidi e briosi che il gruppo trova la sua dimensione più congeniale e riesce a dare il meglio di sé: la chitarra di Terigi e la voce di Calandriello sono ancora una volta protagoniste indiscusse; intessono fraseggi e riff accompagnati egregiamente da una sezione ritmica, a proprio agio a tutte le velocità.
A un’analisi più approfondita, però, il nuovo nato in casa Lucid Dream si dimostra meno simile al suo antesignano di quanto ci si potesse aspettare: anche quando sono allegri e scanzonati, i brani sono dotati di una maggiore profondità e appaiono più ponderati rispetto a quanto sentito in passato. Un evidente indizio di maturazione artistica e professionale che, però, contribuisce a esacerbare uno degli aspetti più paradossali dell’intera produzione: mentre le tracce spedite marciano tranquillamente e senza inciampi, i momenti più lenti tendono ad appesantirsi risultando, in finale, più farraginosi. Un’eccessiva tendenza all’elaborazione ha quindi creato canzoni più profonde, certo, ma che mancano di quella freschezza che era invece caratteristica principale di Cosmos11.
Com’era lecito aspettarsi, a livello tecnico, il quartetto ha continuato il proprio cammino evolutivo: i diversi passaggi sono ben scanditi e puliti e non succede quasi mai che le sonorità dei diversi strumenti si affastellino l’una sull’altra o che si riscontrino sbavature degne di nota. Le piccole incertezze che si erano ravvisate nel debutto sono state ammorbidite fino quasi a scomparire.

Nel confronto diretto, The eleventh illusion è riuscito a battere il suo predecessore? Alla fine, possiamo affermare con tranquillità che i Lucid Dream hanno tirato fuori un altro buon prodotto, che riesce a superare il precedente sotto molti aspetti ma in cu, ahimè, emergono nuove problematiche. Il risultato è un bel disco che ci mostra il grado di maturazione di una band e ci dà il polso per il futuro. Ormai è evidente che basta continuare a lavorare di cesello per eliminare le asperità e consentire al quartetto di proseguire un processo di crescita ben avviato. In ogni caso, oltre ad avere tra le mani un disco decisamente piacevole e in grado di intrattenerci senza problemi, abbiamo la prova fisica in grado di fugare ogni dubbio sulle potenzialità di un gruppo composto da ragazzi convinti e capaci. Non ci resta che restare al palo e aspettare di vedere cosa ci riservano per il futuro.

Damiano "kewlar" Fiamin

 
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