Recensione: The End is Nigh

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PENTITEVI, PECCATORI! sembra gridare ai quattro venti l’incombente medico della peste che campeggia sulla suggestiva copertina (che sembra presa pari pari da un manifesto millenarista degno di Feudalesimo e Libertà) di questo “The End is Nigh”, esordio del quintetto svedese noto ai più come Apocalypse Orchestra. Sul giovane gruppo (nato quattro anni fa) si è detto e scritto molto, con l’ovvio risultato di innalzare l’aspettativa e dividere il pubblico tra speranzosi adepti del verbo apocalittico e inguaribili scettici che predicavano la calma; ora, finalmente, l’attesa è terminata.
Partiamo dalla materia prima: un doom metal lento e compassato, impreziosito da strumenti medievali (liuto, cornamusa, ghironda) e una voce pulita e declamatoria che solo di tanto in tanto si sporca di toni più aggressivi. A questo primo livello aggiungiamo testi che parlano di sofferenza, di scienza, dell’inutilità insensata della guerra, di castighi infernali e chi più ne ha più ne metta, in un perfetto campionario delle paure e speranze tipiche dell’uomo medievale a cavallo tra superstizione e sapere, e condiamo il tutto con inserti melodici ai limiti del folk e un andamento solenne, ipnotico e vagamente progressivo che in più di un’occasione mi ha ricordato i Falkenbach più puliti e i primi lavori dei Tyr. Soprattutto i nostri faroesi preferiti si affacciano su questo esordio, la cui attitudine vocale, scelte melodiche e soprattutto atmosferiche rimandano secondo me all’ensemble isolano di cui sopra, ma a scanso di equivoci mi si permetta di chiarire il punto: qui non si sta assolutamente parlando di una clone-band, qui di personalità ce n’è a sacchi. E si sente. Nonostante il doom metal non sia, a detta di chi scrive, la più accattivante tra le diverse incarnazioni del nostro amato metallo, è stato facile per me apprezzare questo “The End is Nigh”, grazie alle trame ammalianti, oscure ed epiche che è in grado di tessere senza sforzi e, soprattutto, all’immediato e intrinseco magnetismo di cui è ammantata ogni sua traccia.

Campane e strumenti medievali introducono “The Garden of Eathly Delights” intessendo una melodia solenne capace fin da subito di catapultare l’ascoltatore in un altro mondo, un altro tempo; l’ingresso degli strumenti elettrici e dei cori completa l’opera, amalgamando alla perfezione tutti gli elementi della proposta svedese e contribuendo a confezionare un’opener solida, dalla solennità epica e maestosa e dalle scelte melodiche perfette e mai banali. “Pyre” rallenta ancor di più i ritmi per tuffarsi nel doom più propriamente detto, lento, minaccioso e inesorabile, ma anche capace di aprirsi a melodie quasi commoventi e cariche di speranza. Una citazione dall’introito della messa da Requiem (già utilizzata, tra gli altri, dai Blind Guardian) introduce la cupa e scandita “Flagellant’s Song”, anch’essa ancorata ai dettami del doom più pesante in cui, però, il gruppo si permette di spezzare di tanto in tanto la minacciosa e spietata severità del brano con delicati arpeggi acustici ed improvvisi squarci quasi malinconici.
Percussioni minacciose e il suono di un organo introducono “Exhale”, che fin da subito sembra intenzionata a seguire le orme di “Pyre” puntando su tempi blandi e atmosfere plumbee: una marcia funebre scandita da una batteria sfiancante e ossessiva e il cantato rituale di Erik. L’entrata in scena dei cori, giustamente limitati a sporadiche apparizioni, raddoppia l’afflato epico e sulfureo del brano smorzandone in parte l’implacabile pesantezza, mentre la lunga digressione strumentale che guida l’ascoltatore fino alla fine della traccia instilla nella composizione un senso di trasognata deriva. Gran pezzo. Discorso simile si può fare per la successiva “Theatre of War”, il cui inizio misurato suggerisce l’arrivo della ballata. In realtà, pur giocando con melodie meno aggressive del solito e con gli usuali tempi contenuti, bastano pochi istanti per capire che l'idea di partenza era del tutto erronea: il brano, infatti, mantiene un nucleo ansioso e opprimente difficilmente scalfibile, accentuato dalla sua lenta ripetitività e incrinato solo dal brevissimo stacco acustico centrale. “The Great Mortality”, per conto suo, prosegue sul sentiero tracciato da “Theatre…” allentandone di poco l’inquietudine e giocando con intrecci melodici dal gusto quasi progressivo, mentre la successiva “To Embark”, della durata di tre minuti scarsi, risulta essere un gustoso ma poco più che superfluo intermezzo in salsa folk-medievale.
Chiude l’album la corpacciuta “Here be Monsters”, suite della durata di undici minuti scarsi in cui torna a sentirsi il profumo della divinità norrena di cui si parlava in apertura: ritmi scanditi, trame ipnotiche (dal sapore a tratti mediorientale) e cori virili sorreggono una voce declamatoria che si alterna a sporadiche sfuriate growl, creando un unicum sofferto e compatto dall’aura sacrale. L’intervento narrativo centrale si pone come spartiacque tra la prima metà del brano e la seconda parte, più densa e sinistra, che culmina nel climax finale.

The End is Nigh” è un ottimo esordio: solido, sinuoso e ammaliante, ma è anche un album di difficile assimilazione, che necessita di una buona dose di pazienza e della giusta predisposizione da parte dell’ascoltatore per essere goduto. Se siete amanti del doom fatevi sotto, molto probabilmente lo adorerete; lo stesso dicasi se amate le atmosfere opprimenti ma non per questo prive di fascino, o anche solo se cercate una proposta musicale diversa dal solito immaginario bucolico e cinguettante che spesso viene spacciato per musica medievale. Se, invece, amate solo le sfuriate di doppia cassa, i riff sparati, gli organetti allegri o le atmosfere danzerecce state lontani da questo album come da una cartella di Equitalia, perché qui non c’è niente per voi.

 
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