Recensione: The End of Mankind

Di Marco Donè - 9 Aprile 2018 - 0:01
The End of Mankind
Band: Adversor
Etichetta:
Genere: Thrash 
Anno: 2018
Nazione:
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65

A due anni esatti dal debutto discografico tornano a farsi sentire gli Adversor, compagine veneta accasatasi presso l’intraprendente Punishment 18 Records. Il secondo lavoro del quartetto vicentino-veronese, intitolato “The End of Mankind” e che ci troviamo a curare in queste righe, ci presenta una band dalla line-up rinnovata rispetto a due anni fa. Dopo la fuoriuscita di Aurora Merci, infatti, il ruolo di chitarrista solista è ora ricoperto da Filippo Parise. Quello che non cambia è la proposta portata avanti dagli Adversor: thrash metal with no compromise!

 

L’ascolto di ‘Ignoble Blackmail’, canzone che ha anticipato l’uscita del disco e per cui è stato girato un video, diventando così il biglietto da visita del nuovo “The End of Mankind”, aveva già messo le cose in chiaro, evidenziando come gli Adversor avessero deciso di proseguire e sviluppare il sentiero iniziato con il debutto “Rise To Survive”. Ora che abbiamo l’album tra le mani ne otteniamo un’ulteriore conferma. Ci troviamo quindi al cospetto di un thrash di chiara matrice teutonica, in cui i Nostri traggono principale ispirazione dai primi e seminali Kreator, inserendo qualche passaggio che riporta alla mente un altro nome che ha contribuito a dettare i crismi della violenza in musica, i liguri Necrodeath. “The End of Mankind” si apre con un assalto frontale che risponde al titolo di ‘Psychotropic Nightmare’, bissato subito dopo dall’abrasiva ‘The Fall of the Empire (We Must Unite)’, in cui gli Adversor, nonostante la giovanissima età, dimostrano di avere le idee chiare e di sapere come debba essere strutturato e suonato un pezzo thrash. Sarà questa la linea guida che incontreremo durante l’ascolto dell’album, una mattanza sonora alternata a tempi medi dallo “scapocciamento” obbligatorio, un rabbioso tappeto sonoro su cui si staglia la virulenta voce di Dado, una sorta di via di mezzo tra Flegias e Mille Petrozza. Un’aggressività musicale che troverà un momento di tregua nella strumentale ‘On Death and Dying’, canzone caratterizzata da arpeggi di chitarra in cui Parise e Dado faranno bella mostra delle proprie capacità, evidenziando buon gusto nella scelta degli arrangiamenti. Proprio la prestazione dei singoli, sottolineando ancora una volta la giovanissima età del quartetto (escluso Dado, il più “vecchio” degli Adversor, sono tutti classe 1996-97 n.d.r.), si rivela di ottimo livello in tutta la durata del disco, dove spiccano la prova di Emanuele Alimonti al basso e il lavoro delle due chitarre.

 

Ma se questi sono gli aspetti positivi che caratterizzano “The End of Mankind”, dobbiamo soffermarci a spendere due parole anche sui punti in cui gli Adversor devono e possono migliorare. A partire dal songwriting che, salvo qualche raro caso, appare ripetitivo nel corso del disco, con l’effetto di appiattire il tutto, ascolto dopo ascolto. Le canzoni, singolarmente, si presentano ben strutturate ma, se analizzate nel complesso del platter, risultano un po’ troppo simili tra loro, incentrate sulla classica costruzione assalto-tempo medio-assalto. Altro aspetto che contribuisce all’appiattimento citato in precedenza è sicuramente rappresentato dalla scelta dei suoni. Le chitarre, infatti, risultano un po’ sacrificate. In più di qualche frangente vengono messe in secondo piano da batteria e basso, non permettendoci di gustare a pieno i graffianti riff del già citato duo Parise-Dado, facendoci perdere per strada l’impatto, l’aggressione e la pesantezza di qualche cambio tempo. Il basso, poi, risulta troppo pulito e “squillante”, una scelta un po’ atipica per il genere. Anche la batteria poteva essere curata meglio, in particolare per quanto riguarda rullante e cassa. Piccole ingenuità su cui possiamo tranquillamente chiudere un occhio, dovute prevalentemente alla più volte citata giovanissima età del quartetto, sicuri che gli Adversor, crescendo e acquisendo esperienza live, sapranno facilmente migliorare e sviluppare quanto di buono già espresso in questo secondo platter, guadagnando, inoltre, maggiore personalità.

 

The End of Mankind”, nonostante qualche ingenuità facilmente migliorabile, mette in evidenza una band dalle notevoli potenzialità che, se utilizzate con la giusta dose di maturità, potrebbero dare vita a qualcosa di importante. Diamogli tempo, i ragazzi sono giovani, le idee e i mezzi ci sono. Trovato il meccanismo che permetterà agli Adversor di esprimere tutto il loro potenziale, è lecito immaginare un futuro carico di soddisfazioni. Inutile, però, pensare ora a quello che sarà, meglio faremmo a concentrarci su quello che la band sta facendo in questo momento. Non rimane quindi che inserire “The End of Mankind” nel lettore e pigiare il tasto play. I fanatici del thrash teutonico potrebbero avere più di qualche soddisfazione.

 

Marco Donè

 

 

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