Recensione: The Eternal Darkness I Adore

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Un nome pesante quello dei Kult, un’importante aspettativa da portarsi appresso in un ambiente che non perdona i passi falsi, nonostante il black metal non sia più quello di un tempo, a patto che non si vada a scavare nell’underground. Il gruppo italiano, che tra le sue fila presenta membri di band quali Darvaza, Deathrow, Fides Inversa e soprattutto Blut Aus Nord, giunge al terzo capitolo della propria esistenza e dopo un’attesa di cinque anni dal precedente lavoro, ha lasciato che l’ispirazione arrivasse da quel buio di cui il black metal si nutre avidamente: l’oscurità. The Eternal Darkness I Adore è un disco compatto e che cresce dentro ad ogni ascolto, offrendo un ritorno alle origini del black come da tempo se ne sentiva bisogno. Tre quarti d’ora di metallo nero vecchia scuola che al tempo stesso risulta esser ben suonato, ben scritto e forte di un’ottima produzione che non va però a svecchiare eccessivamente quell’alone pastoso che ricorda i primi Bathory. Esatto, se anche a voi manca il buon vecchio Quorthon, il nuovo lavoro dei Kult saprà come catturare la vostra attenzione, traccia dopo traccia e senza mettere a nudo incertezze o punti deboli.

 

L’Intro lascia ben presto spazio alla prima vera canzone, nonché title-track. The Eternal Darkness I Adore fa il suo ingresso in scena senza mezze misure, con una grinta graffiante e parti veloci che trascinano la voce infernale di Tumulash. Ad accentuare la violenza del pezzo e le ripartenze ad alta velocità ci sono stacchi e segmenti più ritmati; se cercate un brano che possa presentarvi al meglio i Kult anno 2018/2019, è sicuramente questo. Pandemonium è marcia, oscura e continua a stringervi nella fredda morsa del buio totale, proprio come la successiva Black Drapes, la quale enfatizza il desiderio di perdersi sotto questo velo di oscurità, autentico punto focale dell’album. Ci si dimena tra accelerazioni e parti più marziali e ridondanti, che non fanno altro che esaltare la necessità di sfogare un lamento tormentato e probabilmente tenuto troppo a lungo in catene. Reaping The Flock dimostra che essersi fatti avvolgere dal nero mantello della notte sia stata la scelta giusta per “sterminare il gregge” colpo su colpo con un turbine di emozioni. Emozioni forti. Il ritmo scende sensibilmente con Canticle Of Thorns, ormai siamo nel gelido cuore dell’album stesso che riesce a sorprendere con la malinconia trasmessa dall’intera canzone e in particolar modo da un lamentoso arpeggio che sembra accompagnarci per l’ultimo viaggio. I tamburi dello strangolatore (di ogni) speranza introducono un brano (Hopestrangler) che fa di un ritmo marziale il proprio marchio impresso a fuoco. Ancora una volta l’ossessione ritmica aggiunge una profondità emotiva al songwriting dei Kult, che dimostrano di essere perfettamente maturi e consapevoli di cosa vogliano trasmettere con la loro musica. Verso l’epilogo del disco abbiamo altre due tra le migliori canzoni dell’album e quindi Gruesome Portrait, che rappresenta anche il pezzo più atmosferico dei tre quarti d’ora trascorsi a braccetto con l’oscurità e mette insieme tutta la rabbia repressa e la getta fuori con una calma e una razionalità ultraterrena prima di deflagrare ogni cosa e dare quindi spazio alla conclusiva Devourer Of The Night. Questa è anche la traccia più lunga, l’unica che raggiunge e supera i 7 minuti e che sembra proseguire il cammino intrapreso dal brano precedente, elaborandolo sulla distanza e attraverso le sottili sfumature che dipingono un quadro diabolico.

 

Sento spesso sostenere che per la maggior parte delle band, il terzo disco sia il migliore (il primo è acerbo, il secondo sviluppa e riordina le idee), ma certe affermazioni vanno prese per quello che sono e applicate soltanto quando in effetti ci si trovi di fronte ad un numero 3 da far girar la testa. The Eternal Darkness I Adore è un disco eccezionale e non soltanto perché si distacca da ogni catalogazione temporale grazie a un songwriting maturo ed impregnato nei primi Bathory (senza però esserne una copia), ma perché riesce a essere al 100% fedele alla causa, senza ripetersi o soffrire lungo la durata dell’intero disco. Lo stesso viene apprezzato ad ogni ascolto e vi consente di entrare in maggiore sintonia con le capacità del combo, in grado di alternare parti veloci ad altre più ragionate, ma non per questo meno feroci. Quel tocco di malinconia, quella voglia di sfogare una voce straziante aggiunge un aspetto che raramente si trova in un disco black metal contemporaneo e che nella maggior parte dei casi sembra appartenere soltanto a quella musica talmente oscura da restare incatenata all’underground. Con questo album i Kult hanno la possibilità di riscrivere il proprio cammino e sottolinearlo a caratteri cubitali, anzi hanno già cominciato a farlo.

 

Brani chiave: The Eternal Darkness I Adore / Reaping The Flock / Gruesome Portrait / Devourer Of The Night

 
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