Recensione: The Evil Emanations

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Ancora una volta giungono alla distribuzione ufficiale (Everlasting Spew Records) coloro che dimostrano, inequivocabilmente, l'alto livello tecnico/artistico raggiunto dal death metal nostrano. Stavolta si tratta degli Hellish God che, con il loro debut-album “The Evil Emanations”, si elevano in alto, lungo le vette del metallo estremo tricolore. La formazione è giovane, difatti nata nel 2015, e, dopo un EP nel 2016 (“Impure Spiritual Forces”), malgrado la relativamente ridotta esperienza, è comunque già in grado di competere con i migliori interpreti del genere musicale suddetto.

Death metal e basta. Cioè, niente miscelazioni che non siano quelle riconducibili alla forma ortodossa, natia, del genere stesso. Non si tratta di old school, cioè di qualcosa che abbia un sound malsano se non putrido, derivato trentanni fa da certe frange di blackster o di thrasher. Gli Hellish God, al contrario, riportano un po' sulla carta ciò che il death metal e basta deve possedere nella seconda decade del terzo millennio. Una sorta di punto riferimento per fissare su disco una tipologia musicale che tende per sua natura intrinseca a derivazioni, evoluzioni, contaminazioni.

Del resto ci si accorge in fretta della bontà di “The Evil Emanations”  – incentrato sulla figura dei Qlippoth, metaforiche bucce rappresentative del male – , per via della sua estrema solidità e compattezza. Le sue dieci canzoni formano un insieme granitico, massiccio, trascendendo a volte nel selvaggio ('Burning the Infidel') ma senza perdere mai la strada maestra. Sintomo evidente di un'ottima preparazione tecnica che, assieme a una altrettanto ottima pulizia sia di esecuzione sia di composizione, fa sì che il sound messo in campo sia praticamente perfetto. Nonostante alcuni passaggi ardui, difficili, complessi che, questo sì, rimandano al technical death metal.

Del resto è tutta la formazione lombardo-molisana a essere su standard qualitativi rilevanti. A partire dal roco growling di Tya, praticamente senza difetti, passando per l'incessante lavoro della chitarra di Michele Di Ioia, che si sobbarca con disinvoltura una mole enorme di lavoro, macinando decine di riff su riff. Con una sezione ritmica dalle qualità di un chirurgo per precisione e consistenza della prestazione. Buona, anche, l'idea di aggiungere alcuni tratti vocali di harsh vocals, sì da diversificare delle linee che, magari, potrebbero essere troppo indigeste ('Anti-Cosmic Decree').

Evitando inoltre di ricorrere a tempi costantemente piantati sui blast-beats, ne viene fuori una varietà che rende il platter piuttosto longevo anche se, almeno a parere di chi scrive, è proprio quando si sfora la follia dei blast-beats ('The Hindering Ones') che i Nostri danno il meglio di sé grazie alla loro ridetta bravura in fase di esecuzione. Delle vere bastonate sulla schiena, insomma, che producono dolore, molto dolore.

Un lavoro riuscito, quindi, “The Evil Emanations”, privo del tutto di peccati di gioventù pur essendo un'Opera Prima. Di questo bisogna dare il giusto merito agli Hellish God che, evidentemente, hanno alle spalle un retroterra culturale e una preparazione strumentale di tutto rispetto.

Bravi!

Daniele “dani66” D’Adamo

 
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