Recensione: The Fifth Season

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Il progetto Artaius nasce nel 2008 con un obiettivo insolito: unire le sonorità folk metal alle atmosfere progressive settantiane. Un programma coraggioso, soprattutto in un contesto generalmente caratterizzato da canoni espressivi alquanto rigorosi; la fortuna aiuta gli audaci, si dice, e non possiamo che accogliere con interesse i buoni propositi del sestetto di Sassuolo. In questi cinque anni, i nostri si sono fatti le ossa, soprattutto sul palco, prediligendo la dimensione live e realizzando il primo demo autoprodotto solo un paio di anni fa. Adesso, l’ensemble ha deciso di fare sul serio e mettersi in gioco, profondendo le proprie energie nella realizzazione di questo esordio: signore e signori, ecco a voi “The Fifth Season”.

Questi ragazzi  I nostri sono certo coscienti dell’importanza del primo passo quando ci si appresta a intraprendere un lungo cammino ed è evidente che hanno deciso di fare le cose per bene senza trascurare alcun dettaglio: il disco, infatti, si presenta in maniera decisamente buona, avvolto da un elegante digipak grigio-verde e con un bel libretto contenente tutte le informazioni necessarie per apprezzarlo a pieno. Sebbene una bella confezione sia apprezzabile, è il contenuto quello che maggiormente ci interessa per valutare questo debutto discografico. Non indugiamo oltre, pertanto, inseriamo il CD nello stereo e vediamo un po’ cosa hanno combinato gli emiliani.

Ogni volta che prendo in mano un disco folk, vengo assalito da una leggera ansia: il genere, infatti, sta vivendo un momento di grande espansione e sono moltissimi i gruppi che, soprattutto in Europa, proliferano come funghi tentando di farsi largo in un sottobosco fin troppo affollato, spesso con risultati fin troppo mediocri. Anche nel nostro paese, accanto a realtà ormai consolidate, si moltiplicano file e file di imitatori interscambiabili, nati magari sull’onda dell’entusiasmo e dei buoni propositi ma che, indipendentemente dalle abilità dei singoli componenti, risultano incapaci di connotarsi in alcun modo e condannati a precipitare nell’oblio.

Gli Artaius, indubbiamente, non hanno voglia di fare questa fine e decidono di affrontare la scena con una grande apertura mentale. Stilisticamente più prossimi ai Furor Gallico che ai Folkstone, mischiano senza remore elementi provenienti da diversi contesti, in un gioco di contrasti che riesce a dare sapore all’intera produzione: la bella voce di Sara Cucci ha come contraltare due diversi timbri maschili che, alternando growl e scream, concorrono a diversificare e inspessire il risultato finale, incattivendolo senza che, tuttavia, si arrivi mai a estremi troppo pesanti. Anche per quanto riguarda la parte strumentale, il gruppo sembra voler raggiungere un progresso derivante dalla commistione di elementi che, normalmente, parrebbero stridere tra di loro: chi mai penserebbe di fondere nella stessa traccia elementi provenienti dalla tradizione celtica, innestati su una base scandita in rigoroso quattro quarti, con dei fraseggi jazzati e poliritmici, insaporendo tutto con morbidi flauti e riff penetranti? Nessuno… a parte gli Artaius.
Stranamente, però, quella che sarebbe potuta  essere la carta vincente, il vero e proprio ariete da sfondamento in grado di far emergere la band nel marasma di una scena musicale satura, viene usata con parsimonia. Probabilmente, il sestetto non ha voluto sbilanciarsi troppo e ha preferito saggiare il terreno per vedere in che modo il pubblico avrebbe accolto una proposta musicale così diversa dai canoni a cui è abituato.

 “The Fifth Season” è un album interessante, ben suonato e ben realizzato. I nostri non si sono risparmiati nella cura dei dettagli e l’impegno infuso nell’opera traspare nell’ascolto di tutti i pezzi. Lo stile della band è particolare e potrebbe dar vita a qualcosa di davvero stimolante. È un peccato che i sei abbiano peccato di prudenza con questo debutto; una maggiore sicurezza nelle proprie capacità avrebbe sicuramente portato alla luce un CD di ben più ragguardevole spessore. Per ora, dobbiamo accontentarci di un disco di buon folk metal, che di sicuro non sfigurerà nella nostra discoteca personale. Un progetto musicale da tenere sotto osservazione e un acquisto consigliato a tutti gli amanti del genere.

Damiano “kewlar” Fiamin

 
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