Recensione: The Great Debate

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Arrivano dall’Olanda gli Audiofield, band di recentissima formazione dietro la quale si cela il chitarrista Gertjan Vis. Per essere precisi si tratta di una sorta di progetto solista, dal momento che, nonostante sia accompagnato da altri musicisti, Gertjan  si può considerare senza dubbio la mente della band, la persona da cui è partito il progetto, il protagonista di ogni brano nonché unico compositore di The Great Debate, primo album del gruppo.

Stiamo quindi parlando di musica strumentale, nella quale è sempre la chitarra a indicare la direzione da seguire, anche se in maniera leggermente diversa dai guitar heroes come Joe Satriani o Steve Vai. Le influenze dei maestri del genere sono sempre presenti, ma Gertjan Vis cerca di prendere le distanze da quella musica in cui la chitarra ha il semplice compito di sostituire la voce all’interno di una normale canzone. L’intento del musicista olandese è piuttosto quello di usare il suo strumento per immergere l’ascoltatore in una particolare atmosfera o per dipingere paesaggi di gusto fantascientifico, come dimostra anche l’artwork. Tuttavia non bisogna nemmeno pensare a una specie di ambient che faccia da colonna sonora a ipotetici viaggi interstellari: The Great Debate è prima di tutto il disco di un chitarrista, e come tale si dimostra estremamente generoso con gli assoli. Proprio nella parte solista emerge tutta la tecnica di Gertjan, che ha l’occasione di esprimersi liberamente dimostrando notevoli capacità e un gusto nel fraseggio che abbraccia generi diversi, dal blues all’hard ‘n heavy anni Ottanta; non dimentichiamoci che stiamo parlando di un musicista esperto con già diversi progetti alle spalle. Non mancano, poi, influenze dallo space rock degli Ozric Tentacles, che si affacciano qua e là nell’album, come nell’introduzione dell’ultimo pezzo, “Deep Blue Field”, o in “Rise Up High”.
Dal punto di vista compositivo l’esordio degli Audiofield riesce a farsi apprezzare pur non potendo puntare su grandi sorprese. L’elemento più affascinante è l’atmosfera epica che pervade la maggior parte dei brani, data anche da un sapiente uso delle sovraincisioni: quando le linee melodiche delle chitarre si sovrappongono sulla giusta ritmica l’emozione cresce e il risultato funziona molto bene, anche se spesso  viene interrotto forse troppo presto. In effetti quando si arriva ai momenti di pathos verrebbe voglia di lasciarsi trasportare un po’ più a lungo dalla musica, proprio perché si avverte il crescendo e il culmine qualitativo del brano, mentre spesso queste idee vengono sfruttate meno di quanto meriterebbero, soprattutto in brani come “A Day Without Yesterday”, “Renaissance Hotel” o “Cold Little River”. Un’eccezione è rappresentata dalla title track, un buon pezzo che nel ritornello riesce a coinvolgere l’ascoltatore e a mantenere la magia per tutta la sua durata.

The Great Debate si rivela dunque un buon disco, ma va considerato come il primo lavoro di un progetto che può e deve ancora maturare. Ascoltando con un po’ di attenzione si possono trovare ovunque spunti validi ma sembra che il più delle volte non vengano messi in risalto. Certo, non è semplice strutturare un brano o un intero album secondo un percorso ben preciso, in una sorta di viaggio con alcune punte emotive intervallate a momenti più tranquilli, ma quando ci si riesce il prodotto finale sa mettere in una luce diversa le idee di partenza. Forse è questa l’unica cosa che manca agli Audiofield che, ripetiamo, possono già contare su buoni spunti e un’ottima tecnica. Il loro esordio rimane comunque un album piacevole, e chi ama lasciarsi trasportare da quel rock evoca paesaggi spaziali, misteriosi e affascinanti, facendoci fluttuare da una galassia all’altra, può certamente dare una possibilità a questa band.

 
70