Recensione: The Great Mass

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Nati nel 1990 ad Atene dalla menti dei fratelli Spiros e Christos Antoniou, i Septicflesh sono una delle formazioni estreme più longeve di tutta la penisola ellenica.
Dedito a un mix di death metal, gothic e black, il gruppo aveva rilasciato sul mercato il penultimo, ottimo, “Communion” nel 2008, seguito da quasi tre anni di lungo silenzio.
La mancanza dalle scene è durata fino a metà dicembre 2010, periodo nel quale i greci escono con il singolo “The Vampire from Nazareth”, che però non ha destato troppo interesse a causa, soprattutto, di un songwriting non propriamente brillante.

Cosa aspettarsi dunque da questo nuovo “The Great Mass”? La curiosità cresciuta attorno al nono disco degli ateniesi non era poca e, bisogna ammetterlo, i tre anni di attesa sono stati davvero ben sfruttati dai ragazzi, che sfornano una delle migliori opere della loro discografia.
Fondamentalmente si percepisce ancora una certa continuità con quanto propostoci in passato, eppure l'ultimo arrivato di casa Septicflesh mostra una sua anima ben definita, unica, che riuscirà a lasciare un segno profondo nei cuori di tutti i fan dei Nostri.
Premendo per la prima volta il tasto play del lettore, la prima caratteristica che salta all'orecchio è l'ulteriore incattivimento della proposta che, però, non fa perdere nulla in quanto a epicità ed eleganza. Se infatti la base death, a tratti addirittura brutal, sta divenendo sempre più solida, la maestose orchestrazioni -questa volta a opera niente meno che dell'orchestra filarmonica di Praga-, unitamente alle musiche di stampo orientale, rimangono parte integrante del sound.

I dieci brani contenuti all'interno di “The Great Mass” sono tutti costruiti su strutture relativamente semplici, rifiutando architetture eccessivamente intricate, che renderebbero l'assimilazione del disco fin troppo difficoltosa. Il riffing, a opera dei due chitarristi Christos Antoniou e Sotiris Vayenas, risulta elaborato a dovere, decisamente potente e serrato, ma lascia, allo stesso tempo, il giusto spazio alla melodia, non cadendo dunque nella cacofonia tipica di alcuni nomi affermati del panorama death/brutal.
La sezione ritmica, allo stesso modo, si dimostra adeguata e sempre precisa: Spiros al basso svolge un compito pressoché privo di sbavature. Il suo quattro corde pulsa costantemente per tutti i quarantatré minuti, donando il giusto spessore alle canzoni. Perfetta anche la prestazione sfoderata da Fotis Benardo dietro le pelli, vero e proprio maestro dello strumento, capace di conferire maggiore dinamicità e movimento ai dieci pezzi. Lo stile del greco ricorda molto da vicino quello del collega Inferno (Behemoth).
Ancora una volta, da applausi il lavoro al microfono di Antoniou dotato di un growl profondo e gutturale, magari non particolarmente originale e riconoscibile, ma di indubbio impatto. Non da meno anche le linee vocali in pulito eseguite da Sotiris, dotato di un timbro vocale nasale molto gradevole.

Passare in rassegna ciascuno dei dieci episodi sarebbe, francamente, fuori luogo nonché tedioso, eppure scorrendo con attenzione la tracklist, si possono facilmente scorgere dei punti focali sui quali sarebbe bene soffermarsi.
Tra questi, il primo che si incontra, almeno a parere di chi scrive, è “Oceans of Grey”, traccia che mette in risalto l'anima più gotica dei nostri. Sostenuti dall'importante contributo dell'orchestra, i quattro musicisti creano un vero e proprio inno gothic metal, che si distingue da tante altre produzioni per l'eleganza formale e per le raffinate atmosfere. Splendidi gli inserti di chitarra acustica, così come le parti cantante dal soprano Androniki Skoula.
Proseguendo è la successiva “The Undead Keep Dreaming” a catturare l'attenzione: siamo infatti al cospetto di una canzone che richiama molto da vicino la proposta di band quali i Behemoth, specialmente quando i greci premono il piede sull'acceleratore. La track si divide tra vere e proprie bordate e passaggi di più ampio respiro, che trasudano epicità da ogni singola nota. A mettersi in risalto è indubbiamente Benardo con la sua batteria, vero padrone della scena grazie ad una prestazione maiuscola.
Dulcis in fundo, con “Mad Architect” emerge invece lo spirito più sinfonico dei nostri: l'orchestra filarmonica di Praga è questa volta la protagonista, potendo ritagliarsi uno spazio maggiore, senza per questo essere invadente. A convincere è anche il riuscito “matrimonio” tra la voce cavernosa di Spiros e la base sinfonica.
Pochi sono invece i punti d'ombra che si incontrano, tra cui l'opener “The Vampire from Nazareth” e la conclusiva “Therianthropy”, forse troppo ripetitiva e priva di spunti interessanti.

Naturalmente nulla da eccepire per quanto concerne la produzione, a opera niente meno che di un certo Peter Tägtgren (già all'opera con Immortal e Hypocrisy). Il produttore svedese è in grado, ancora una volta, di donare al platter un sound bombastico, pieno e potente, oltre che pulito: tali caratteristiche permettono al combo di mettere in mostra le proprie qualità tecnico/esecutive sempre di alto livello, come già ampiamente detto.

Tirando le somme, ci troviamo al cospetto di un disco ricco di musica di elevatissima qualità. “The Great Mass”, pur non inventando nulla, rimane un prodotto dalla bontà innegabile, capace di ammaliare anche l'ascoltatore più navigato e smaliziato. È per di più evidente la capacità dei nostri di mettere d'accordo diverse tipologie di ascoltatori, grazie alle loro capacità di compositori.
Se avete amato i migliori Dimmu Borgir, se siete fan del movimento brutal/death più evoluto e “raffinato” e qualora siate rimasti affezionati al buon vecchio gothic d'annata, qui troverete pane per i vostri denti. Per tutti gli altri, questo rimane comunque un ascolto consigliato.

Emanuele Calderone

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Tracklist:
01- The Vampire from Nazareth
02- A Great Mass of Death
03- Pyramid God
04- Five-Pointed Star
05- Oceans of Grey
06- The Undead Keep Dreaming
07- Rising
08- Apocalypse
09- Mad Architect
10- Therianthropy

 
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