Recensione: The Greatest Hits Part 1

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Coreleoni…nome bizzarro, che non a caso sembra voler in qualche modo chiamare in causa l’antica Corleone di Hollywodiana memoria, quella rappresentata da uno dei personaggi simbolo della storia del cinema, attagliato in modo perfetto sulle sembianze del leggendario Marlon Brando e del suo don Vito Corleone.

Nulla di tutto questo, anche se, in effetti, un voluto richiamo all’immaginario cinematografico sussiste ed è pure ben evidente, considerata la sardonica intro che cita proprio la musica de “Il Padrino”.
I Coreleoni null’altro sono che il divertissement di una vecchia conoscenza dei frequentatori di cose (hard) rockettare, quel Leo Leoni che costituisce sin dai primi  anni novanta la spina dorsale dei celebri Gotthard, band svizzera che gli amanti di un certo tipo di sonorità (e per fortuna sono ancora tanti) hanno avuto modo d’incontrare nel proprio stereo (o Mp3, o iPod…fate voi) almeno una volta ogni tanto.
Il pretesto per dar vita a una nuova band è stato, per mr. Leoni, tanto romantico quanto – in fin dei conti – non esattamente commerciale o destinato a ricevere particolari riscontri sul mercato: quello di re-incidere, raffinare, in qualche modo “ripulire” e restituire ai fan, alcuni brani dei vecchi Gotthard, quelli dei primi quattro / cinque cd che, data l’ormai lunga carriera della band elvetica, sono progressivamente caduti in disuso, vittime (per così dire) della loro produzione più recente.

L’aiuto per portare a termine il progetto è arrivato nientemeno che dai fidi compari Jgor Gianola (primo chitarrista “storico” degli svizzeri) e Hena Habegger, batterista proprio dei Gotthard, insieme a Mila Merker - esperto bassista di Bellinzona - e all’ugola sorprendentemente versatile di Ronnie Romero, (singer dei Lords of Black e dei nuovi Rainbow) che ricalca con fedeltà ed eccellente rispetto quanto realizzato in origine dal compianto e mai dimenticato Steve Lee.
Il risultato, come da programma e previsioni è, di conseguenza, del tutto gradevole: versioni che tutto sommato non si discostano tantissimo dall’originale, hanno il merito di ricordarci la magia di album come il primo omonimo del 1992, “Dial Hard” o “G”, frammenti storici di quando il gruppo di Lugano era patrimonio di un numero di conoscitori ancora limitato nei numeri, quanto fedele ed appassionato nel seguito.
Probabilmente l’unica vera differenza è da ricercarsi in una produzione dei suoni migliore, più tornita e ricca, in grado di offrire maggiore profondità a pezzi attempati cui, come gradito bonus, va ad aggiungersi l’inedito “Walk on Water”, un brano in classicissimo Gotthard-style.
Non c’è che dire, apprezzare nuovamente le rombanti “Firedance”, “Higher” e “Get it While you Can” ha sempre il sapore corroborante di una bella birra ghiacciata, mentre la melodia passionale rosso-fuoco della struggente “All I care For”, dimostra come, sin dagli inizi, Leo Leoni ed i suoi Gotthard fossero ensemble di qualità e talenti fuori dal comune…

Come detto, rimane qualche dubbio sull’effettiva utilità e su come potrà essere recepito questo nuovo side-project che, in fondo non aggiunge nulla di concretamente nuovo alla storia di una grande realtà dell’hard rock continentale.
Materiale per chi ha da poco conosciuto la band. O forse, per soli e semplici collezionisti. Animati però, da una vena romantica che seguita a non esaurirsi nemmeno dopo più di cinque lustri di indefesso e duraturo attaccamento.

 

 
70