Recensione: The Heart Of The Netherworld

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Quando si tratta di black metal e/o di ‘blackened death metal’, cioè di death venato in lungo e in largo dal black, c’è poco da fare: i Paesi scandinavi non hanno rivali. Le motivazioni che determinano questo fatto sono note e arcinote da almeno trent’anni, derivanti anche e soprattutto dall’arcana desolazione dei paesaggi di Circolo Polare Artico.  

A volte, tuttavia, la forza di tale baluardo inamovibile si perde un po’ in giro per il Mondo (Polonia in primis, in questo momento) per cui, sistematicamente, occorre che emergano delle band in grado di affermare con forza il concetto, non lasciando adito ad alcuna interpretazione: il metal estremo trova massima espressione evocativa nelle tre nazioni nordiche per eccellenza. Svezia, Norvegia e Finlandia.

E proprio da quest’ultima terra provengono i Desolate Shrine, formidabile combo di Helsinki che, in questi primi mesi del 2015, spazza via la concorrenza con il terzo full-length in carriera: “The Heart Of The Netherworld”. Carriera relativamente breve, un lustro, che ha visto nascere, prima di questo, altri due album: “Tenebrous Towers” (2011) e “The Sanctum Of Human Darkness” (2013).  

“The Heart Of The Netherworld”. Semplicemente, lo stato dell’arte attuale in materia. Quella materia che, sempre di più al passare del tempo, sta prendendo forma autonoma sia dal black, sia dal death. Unendoli, mischiandoli, miscelandoli, senza però oltrepassare la linea di demarcazione fra uno stile e l’altro. Percorrendola, quindi, nella sua evoluzione spazio-temporale. Senza sbilanciarsi né da una parte, né dall’altra. Al momento, scrivere di una nuova foggia musicale indipendente dalle due che l’hanno generata pare ancora esagerato, ma i Desolate Shrine fanno davvero di tutto per tracciare le linee di una nuova forma. Ben conosciuta nei tratti iniziali, ancora ignota in quelli finali. Posto che ci sia una fine, alla progressione musicale.   

“The Heart Of The Netherworld”. Un’opera che non fa fatica a rientrare nella casistica del death per via principalmente delle linee vocali e della durezza delle chitarre. Ma che, per esempio nella durata delle canzoni, lascia chiaramente intravedere un nuovo modo di intendere il genere stesso. Il muro di suono elevato da LL (cui le biografie addossano la responsabilità in toto della musica) è semplicemente mostruoso, fra riff trancianti, un basso che – strano a dirsi – si lascia interpretare perfettamente nel suo cupo rimbombo, e un drumming straordinariamente vario, steso su un segmento che va da pesanti e sulfurei mid-tempo a folli sfaceli comandati da violentissimi blast-beats. Su questo muro, però, il formidabile trio scolpisce le linee di paesaggi desertici, desolati, tetri. Sui cui aridi terreni sorgono fabbricati dalle linee non-euclidee, disabitati pure loro, agghiaccianti testimonianze del passaggio di esseri alieni estintisi eoni fa.   

Si tratta, quindi, di un’interpretazione del death metal ‘come se fosse black’. Facile a dirsi, difficile a mettersi su rigo. Ma i Nostri ci riescono, e pure bene. Non perdendo mai il filo del discorso per fissare, così, uno stile sostanzialmente unico nel suo genere. Grazie, nondimeno, a un eccellente talento per la composizione, che regala all’ascoltatore song dalla spiccata longevità; tale da rendere sempre viva la voglia di cominciare daccapo con il bombardamento a tappeto operato dall’agghiacciante opener strumentale “For The Devil And His Angels”, dopo aver viaggiato per i più profondi spazi siderali con la ‘super-suite’ nonché title-track “The Heart Of The Netherworld”.

A prescindere dalle varie considerazioni sul valore assoluto come emblema, forse, di un nuovo e definitivo modo di intendere il metal estremo; “The Heart Of The Netherworld” resta una superba opera anche se osservata come ‘semplice’ lavoro di ‘blackened death metal’. Per chiudere il cerchio nel migliore dei modi.

Daniele “dani66” D’Adamo

 
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