Recensione: The Howling Spirit

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Dopo l’annuncio dello scorso gennaio del ritorno nei propri ranghi di una delle più acclamate band in ambito black metal francese ed europeo, la Season Of Mist riporta in scena i Seth con il quinto capitolo della loro saga “The Howling Spirit”. La stessa label, che a tutt’oggi vanta act del calibro di Rotting Christ, Cynic, Mayhem, diede vita alla prima release del combo transalpino, "Les Blessures De L'Ame", nel 1998. A distanza di sei anni dal loro scioglimento ecco l’attesa reunion nel 2011 e la seguente reissue del loro debut-album, con due bonus-track già inserite nello split con i nostrani Cultus Sanguine “War Vol. III” del 2000.

Della formazione originale un solo avvicendamento lo scorso anno, che ha visto Eguil prendere il posto di Helldryk alle quattro corde, e, messe da parte le sperimentazioni elettroniche di “Divine X” (Cosmic Cursed's Shelter) e quelle industrial di “Era Decay” (Ascention, The Blade Upon Mankinde), i Nostri si lanciano a capofitto in una release mozzafiato, con sonorità più lontane dai suoni grezzi degli inizi, ma che incorporano al loro interno una visione avanguardistica e il frutto di quindici anni di carriera. Ciascun membro – forte della sua tecnica e della simbiosi con gli altri componenti – contribuisce a rendere il discorso variegato, colorato e sempre inatteso, seppur restando fedele all’intento di non perdere di vista l’obiettivo primario, quello di essere promotori del moderno black metal, quello che riesce ad apportare novità e freschezza pur restando fedele ai canoni che hanno segnato il genere con vicende musicali e non di un quarto di secolo fa.

Caratteristica principale senz’altro il songwriting fatto da vere e proprie composizioni cui i Nostri ci avevano già abituato in passato e punto cruciale del loro "spirito ululante", che si snoda attraverso i dieci brani che lo compongono, pensati come una suite, dove ognuno di essi deve esser visto in funzione del precedente e allo stesso tempo del successivo. Questa prospettiva vi aprirà nuove porte e sentieri nei quali non correte il rischio di restare attoniti, bensì potrete lasciarvi andare senza alcuna meta perché il filo conduttore è sospeso in aria, sorretto dalle vibrazioni intense che ciascun brano sprigiona con profusa enfasi.

La voce di Black Messiah è sinonimo di espressione che il genere richiede, previo appiattimento e monotonia, e si allunga e si contrae nei tortuosi e affascinanti percorsi tracciati dalle chitarre di Heimoth e Cyriex, padroni del gioco, che non incorrono minimamente in segnali di ripetizione. Tutt’altro! Si propagano fino a enfatizzare quel coinvolgimento che il disco è capace di darci nella sua completezza. Volendo scansionare il loro operato basti concentrarsi su “Scars Born from Bleeding Stars” e “Killing My Eyes”, e l’intero universo Seth vi si aprirà dinanzi.

Mentre in versione classica le chitarre di “Howling Prayers Act I” e “Act II”, seguito naturale di “Hymne Au Vampire (Acte II)…Vers Une Nouvelle Ere” dal loro disco d’esordio, si differenziano da esso poiché non sfociano in furiosi brani come in passato, ma sono usate come intermezzi per colorare ulteriormente il discorso globale. E laddove la prima preghiera è espressa dalla soave e ululante melodia di un flauto, la seconda è impregnata di una sorta di nervosismo atonale, caratterizzato da una corrente impressionista, così tipica di un compositore d’oltralpe come Debussy.

Il lavoro di collante tra le sei corde e la voce è opera del duo Eguil/ Alsvid che dà al discorso quel suo compimento finale. Il drumming di Alsvid in particolare è degno di menzione speciale: sempre al servizio della musica, senza superflui tecnicismi e insito nei brani senza una sola ripetizione o un lick scontato. Ottima chiave di volta di una band tra le migliori nel suo genere, che si conferma geniale in fatto di costruzione ed esecuzione, tese ad essere portatrici di emozioni vere, che chiudono con gran classe il cerchio con la conclusiva “Dicing With Death.   

Non mi dilungo a esporre le varie parti della suite che è “The Howling Spirit”, ma ci terrei a raccomandare di non passare col parao(re)cchi davanti a questo disco, tassello indispensabile per il futuro del genere e non solo, disco per nulla avaro di emozioni che vi ricambierà a ogni ascolto in maniera esponenziale. Che dire? Estasiato riparto per l’ennesimo ascolto dall’opener “In Aching Agony”, alla ricerca delle sue tante sfumature…  

 

Vittorio "Dark Side" Sabelli

 

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