Recensione: The Hunt for White Christ

Di Daniele D'Adamo - 29 Ottobre 2018 - 0:00
The Hunt for White Christ
Band: Unleashed
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2018
Nazione:
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72

Sono passati tre anni da “Dawn of the Nine”, penultimo album degli storici deathster svedesi Unleashed, inventori a cavallo degli anni ’90 del cosiddetto swedish sound – da non confondersi con il più melodico gothenburg metal – , che, nel corso della Storia del metal estremo, ha dato la vita a una moltitudine di band fedeli alla linea, e non solo a Stoccolma e dintorni.

Tre anni che hanno condotto la formazione di Kungsängen produrre il suo tredicesimo full-length: “The Hunt for White Christ”.

Con il quale essa pare proseguire il discorso iniziato con il platter precedente, cioè la sua trasformazione in una normale band di death metal attuale, equilibrato nelle sue spigolosità più acuminate. Il suono che fuoriesce da “The Hunt for White Christ” sembra vivo, talmente è prodotto in maniera impeccabile. Il che si spiega con il fatto che la formazione scandinava, seppur non rinnegando il passato, ha sterzato con decisione verso la modernità lasciando perdere ricordi di tempi ormai definitivamente passati, le cui atmosfere si sono via via rarefatte sino a dissolversi al passare inesorabile dei lustri.

Sminuire “The Hunt for White Christ” per questo motivo, però, sarebbe un errore imperdonabile, poiché quello che macinano Johnny Hedlund e compagni è lo stato dell’arte in materia di death metal classico. Niente brutal, technical, melodic, symphonic, ecc, ma solo del duro, violento, ragionato death metal. Death metal, ancora. Cioè, la definizione enciclopedica di come debba essere questo genere nella sua accezione più pura, scevra quindi da contaminazioni evoluzionistiche che lo spingano in altre direzioni che non sia quella maestra.

Ciò non ha portato gli Unleashed a uniformarsi alla massa, assolutamente. Il loro enorme retroterra culturale, la loro classe cristallina e, ultima ma non ultima, la loro tecnica assestata ai massimi livelli è un qualcosa che si sente a pelle. Del resto, una carriera durata quasi trent’anni che si è sempre mantenuta su alti se non altissimi livelli tecnico/artistici non è da tutti, anzi.

Il mostruoso lavoro delle due chitarre di Fredrik Folkare e Tomas Olsson determinano uno spesso tappeto le cui trame ritmiche sono realizzate da un riffing da antologia, fatto da accordi in tonalità ribassata per un maggior impatto… sotto la cintola, non esimendosi di avvolgere alla roccia delicati fili melodici disegnati da assoli di pregevole fattura. Hedlund  interpreta le linee vocali, questo sì, alla maniera di una volta. Quando, cioè, né il growling, né l’inhale, né lo screaming esistevano e/o erano esasperati. Pieni polmoni e ugola d’acciaio per un tono stentoreo che non ammette discussioni. Un po’ come Peter dei Vader, per meglio intendersi. Lo stesso Hedlund, assieme ad Anders Schultz alla batteria, producono una spinta sostenuta, forte, salda, ma mi esasperata nel raggiungimento di velocità parossistiche nonostante l’uso dei blast-beats, a volte.

Uno stile perfetto sì da definirsi come death metal di riferimento in pieno 2018, insomma.

Ove i Nostri appaiono meno forti e decisi, invece, è nel songwriting. Certo, di buon livello – e non poteva essere altrimenti dato l’enorme carico di talento instillato nelle loro vene – ma privo di veri e propri colpi da K.O. Si possono citare, per una memorizzazione immediata, l’aggressività dell’opener-track ‘Lead Us into War’, il tono cupo e oscuro di ‘They Rape the Land’ ma soprattutto ‘Stand Your Ground’, eretta sulla base di un riff gigantesco per rotondità, efficacia e risvolto armonico. Una song che esce letteralmente dal nvero dei brani di “The Hunt for White Christ” è che lascia un po’ di amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere e che invece non è stato. Piuttosto anonimo il resto delle canzoni, forse troppo scolastiche (la loro, di scuola…), troppo elaborate a tavolino, troppo… pensate. Probabilmente, per giungere a una composizione nuovamente eccelsa, gli Unleashed dovrebbero ragionare di meno e lasciare andare di più le loro membra là dove le porta l’istinto.

Nessuna operazione nostalgia, comunque, ed è giusto che sia così: bene o male gli Unleashed vanno avanti nella loro personale direzione, non dimenticandosi mai di chi siano e di cosa abbiano donato alla storia del metallo della morte.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

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