Recensione: The Immortal Wars

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Zama, 202 a.C.

Dopo sedici anni di guerra (combattuti perlopiù su suolo italico) si svolge sulla pianura di Zama, ancora di difficile ubicazione ma localizzabile con ottime probabilità in Tunisia, la battaglia decisiva di uno dei conflitti più importanti dell’antichità: al termine di uno scontro furibondo l’aquila di Roma intinge le penne nel sangue di 24000 nemici morti (a fronte dei circa 1500 caduti dal proprio lato) e si porta a casa qualcosa come 15000 prigionieri, 11 elefanti e più di un centinaio di insegne nemiche, sancendo così il suo completo trionfo sull’agguerrito nemico.

Canada, 2008 d.C.

Un cantante canadese di origini italiane, Maurizio Iacono, decide di affiancare alla sua band principale, i Kataclysm, un progetto parallelo creato ex novo con lo scopo di mettere in musica la sua passione per la storia romana: nascono così gli Ex Deo.

Italia, 2017 d.C.

The Immortal Wars”, terzo album degli Ex Deo, arriva nelle mie mani avide. Sono passati cinque anni dal precedente “Caligvla” e, dopo due album con la band principale, per Maurizio Iacono è giunto il tempo di gettarsi di nuovo nel passato dell’Urbe trattando la seconda guerra punica e, soprattutto, i due generali che guidarono le armate: Annibale Barca e Publio Cornelio Scipione, che in seguito al trionfo si sarebbe guadagnato il titolo di “Africano”.

Ed ora veniamo a noi. Per chi non conoscesse il gruppo in questione, il genere proposto dagli Ex Deo è, sostanzialmente, un death metal furente ma non cacofonico, screziato da orchestrazioni massicce e pompose che ne ingigantiscono l’afflato epico e che contribuiscono a rendere la musica del gruppo così particolare, intrecciando ottimamente melodie cinematografiche al cantato ruvido di Maurizio e stemperando l'avanzata minacciosa della sezione ritmica e delle chitarre.
Si parte alla grande con “The Rise of Hannibal”, in cui fin da subito il gruppo mostra ciò di cui è capace con un mid-tempo roccioso e oppressivo, scandito da una batteria monolitica e cafona e chitarre inesorabili: le possenti orchestrazioni trasmettono alla perfezione la grandiosità delle due civiltà che stanno per darsi battaglia, e la rabbia di Annibale viene diluita dagli improvvisi e sporadici squarci di melodia. “Hispania (Siege of Saguntum)” procede sulla stessa rotta, pigiando un po’ di più sull’acceleratore e dispensando rasoiate chitarristiche inframezzate da rallentamenti repentini e dal potente groove. Il tasso di epicità si impenna nella seconda parte del pezzo, che poi sfuma in un finale più soffuso in cui, come già successo alla fine dell’opener, si sentono i rumori dell’esercito di Annibale che prosegue la sua marcia verso l’Italia, traghettandoci verso l’episodio che più, nel corso della storia, ha affascinato il pubblico: l’attraversamento delle Alpi. “Crossing of the Alps” punta inizialmente su un incedere solenne, salvo poi iniziare a picchiare come si deve. I ritmi si mantengono frastagliati, punteggiando la traccia di brevi sfuriate e pesanti rallentamenti per indicare le difficoltà incontrate dall’esercito cartaginese, poco avvezzo a climi così rigidi e spesso trascinato avanti dalla sola forza di volontà (“my hands are frozen but my soul is on fire…”), e soprattutto la cocciuta tenacia di Annibale nel portare la guerra sul suolo nemico e la sua rabbiosa felicità per il successo della sua strategia (“I am here...I am here…”).
L’intermezzo strumentale “Suavetaurilia” sposta la narrazione introducendo la parte romana attraverso il rito della purificazione dei campi, compiuto tramite il sacrificio di tre animali: maiale, vitello e agnello (suovitaurilia). La formula presente nella traccia è tratta dal “De Agri Cultura” di Catone (“Padre Marte, per questo voto ti sia gradito che io abbia immolato questa suovitaurilia”). Il personaggio di Catone, richiamato solo indirettamente nell’intermezzo, compare nella successiva “Cato Maior: Carthago Delenda Est!”, visto che sarebbe proprio stato lui a pronunciare la frase che fornisce il titolo alla traccia. La collera di Roma per l’affronto dell’invasione subita si riverbera nella musica proposta, che nonostante non si faccia mancare melodie epiche tra un’accelerazione e l’altra, soprattutto nel finale, risulta una delle più rabbiose del lotto, dominata da un batterismo a tratti esaperato e da una sensazione di incombenza palpabile. Si arriva quindi a “Ad Victoriam (the Battle of Zama)”, che compie un salto temporale di una quindicina d’anni per mostrare la resa dei conti sulla sunnominata piana tunisina: il tenore della traccia è teso, ritmato, coatto, carico di rallentamenti oppressivi ed accelerazioni fulminanti. Le orchestrazioni rappresentano efficacemente l'entità e la grandezza del massacro, acquisendo una connotazione più hollywoodiana ma senza prevaricare la furia degli strumenti elettrici. Furia che prosegue anche nella successiva “The Spoils of War”, in cui la componente cinematografica guadagna una posizione preminente nell’economia del suono: per mettere in evidenza la violenza di Roma nei confronti del nemico che aveva quasi fatto crollare la repubblica, gli Ex Deo giocano con i soliti passaggi scanditi ed insistenti affiancandoli a rapide rasoiate chitarristiche. Come successo anche in altre tracce di questo “The Immortal Wars”, alla brutalità della prima parte segue un finale più carico di pathos e di trionfalismo che non sfigurerebbe nella colonna sonora del remake di qualche vecchio Peplum, salvo poi sfumare fino a collegarsi all’incipit della traccia conclusiva, l’autoreferenziale celebrazione di “The Roman”. Qui, complici anche i rimandi alle musiche di DannyElfman, il tasso di tracotanza dell’album raggiunge il suo climax, mentre Maurizio declama il suo amore per le proprie origini italiane nel modo più cafone possibile (“I am roman…the Roman!”), chiudendo poi con un finale d’effetto la magniloquenza dell’album.

Terminato l’ascolto di questo “The Immortal Wars” non posso far altro che dichiarare, con una certa soddisfazione, come l’ultimo nato in casa Ex Deo non presenti alcun punto debole: l’album è solido, compatto e furente, ignorante il giusto ma senza mai scadere, o comunque non troppo, né nell’immotivata pacchianaggine né nelle classiche dimostrazioni di forza (del tipo “la mia spada è più grande della tua!”) che mi rendono inviso un certo tipo di death metal. Inoltre, pur non presentando nessuna traccia che spicchi sulle altre, si mantiene sullo stesso ottimo livello per tutta la sua durata, e l'enfasi che lo pervade non è quasi mai fine a sé stessa, ma è perfettamente funzionale a rendere la tracotanza delle due superpotenze che fecero il bello e il cattivo tempo nel bacino del Mediterraneo, e che si diedero battaglia per più di un secolo sulle sponde dello stesso mare.
Ottimo lavoro. Punto.

 
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