Recensione: The Last Temptation

Di dragontown1978 - 19 Aprile 2003 - 0:00
The Last Temptation
Band: Alice Cooper
Etichetta:
Genere:
Anno: 1994
Nazione:
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72

A tre anni di distanza dal precedente “Hey Stoopid”, Alice Cooper dà alle stampe questo “The Last Temptation”, e ancora una volta centra il bersaglio. In un’intervista dell’epoca, il nostro affermava: “Trash e Hey Stoopid, in un certo senso, mi hanno dato la possibilità di sfornare questo disco”, e questo per molti versi è vero. Alice, nel corso della sua pluridecennale carriera, infatti, ha vissuto un’altalena di alti e bassi, passando da momenti di gloria e grande attenzione di pubblico, a momenti di scarsa popolarità e ispirazione, il tutto condito dal demone della bottiglia che lo ha accompagnato fino alla metà degli anni ’80. È morto e poi risorto più volte, anche se, a mio parere, anche i dischi del suo periodo più “oscuro”, come “Dada” o “Flush The Fashion”, hanno tra i loro solchi delle autentiche gemme e sprazzi di genialità. “Thrash” e “Hey Stoopid”, baciati dalla collaborazione con gente come Desmond Child, l’hit maker che ha ricoperto d’oro altre bands come Aerosmith e Bon Jovi, hanno permesso ad Alice di ritrovare l’accoglienza del grande pubblico, con vendite multi-platino, concerti affollatissimi e ripetuti passaggi radiofonici e televisivi. È proprio grazie a questa ritrovata esposizione nel firmamento hard che Cooper,nel 1994, ha deciso che era giunta l’ora di tornare a fare ciò che meglio gli riusciva negli anni ’70, ovvero un album ambizioso, molto personale, con liriche geniali e cariche di emotività, caratteristiche che un album come “Trash” non aveva perché troppo concentrato su un rock/pop di facile presa e su tematiche che mai si discostavano dal sesso-amore.
In The Last Temptation, dunque, Alice smette i panni del diabolico “amante sado-maso” per infilarsi di nuovo in quelli del teatrino degli orrori da lui stesso ideato e costruito dalle fondamenta con album come “Welcome To My Nightmare”. “The Last Temptation”, nella sua prima edizione, era accompagnato da un fumetto di Neil Gaiman (l’ideatore di The Sandman) che permetteva all’ascoltatore di seguire passo per passo il “concept” dell’album, incentrato ancora una volta sul famoso Steven, il bambino dei primi “incubi” di Alice. Anche in questa occasione, comunque, il singer non si fa mancare niente, e si circonda di una ricca schiera di collaboratori sia in fase di songwriting sia in fase di produzione, quest’ultima affidata a gente del calibro di Wallance, Duane e Purdell. Poi, per ricreare un certo spirito musicale “seventies”, il nostro chiama a sé musicisti ben rodati come Stef Burns alla chitarra (c’è anche un certo Derek Sherinian alle tastiere…). Il risultato è un disco sicuramente ambizioso ed emozionante, con abbondanti dosi di melodia, in cui il carisma di Alice riemerge in ogni traccia, a differenza del disco precedente, che seppur buono, non rappresentava il suo “vero” spirito iconoclasta e ribelle.
La prima traccia dell’album è “Sideshow”, brano che si apre lentamente con una introduzione di chitarra e che poi esplode nel riff principale. La voce di Cooper è immediatamente in primo piano e prende per mano la canzone, in cui la componente musicale è volutamente ispirata al passato dell’hard rock. Nell’orecchiabile chorus si inseriscono delle linee di fiati sintetizzati che arricchiscono la carica pomposa dell’opener. A mio parere, comunque, è la voce del singer a rendere efficace questa traccia.
La seconda in lista è “Nothing’s Free”, sicuramente uno dei brani migliori di questo CD. La sezione ritmica detta l’incedere di questa oscura gemma, caratterizzata da un testo all’altezza della fama del suo autore, che si esprime al meglio quando descrive la grettezza e i peccati del nostro mondo. E i brividi, per ogni buon fan, non mancano!
La traccia successiva è “Lost In America”, scelto anche come primo singolo e videoclip. È un tipico brano hard rock, per niente originale a dire il vero, impreziosito però da delle liriche dissacranti su come sopravvivere nell’ “inferno” degli USA. Sicuramente in ambito live questa song acquista una carica e una grinta superiore, e infatti ancora oggi viene riproposta puntualmente dal vivo nel setlist di Alice Cooper.
Si prosegue poi con “Bad Place Alone”, a mio avviso la traccia più debole dell’intero platter, anche se il chorus è dotato di grande presa e feeling. Le coordinate musicali strizzano sempre un occhio al passato più glorioso del nostro buon vecchio zio, quasi volesse riimpadronirsi di qualcosa che gli spetta di diritto.
Diverso è il discorso per “You’re My  Temptation”, in cui i riferimenti più prossimi sembrano essere proprio le melodie di facile presa del precedente “Hey Stoopid”. Il ritornello è decisamente killer e potente, e vanta un finale in crescendo. Come negli altri brani,è l’interpretazione del singer la vera attrazione, dal timbro inconfondibile e profondo.
I due brani successivi nascono dalla collaborazione con Chris Cornell. “Stolen Prayer”, il primo dei due, è forse la traccia migliore delle dieci contenute qui: è indimenticabile infatti il duetto nel chorus con il leader degli allora Soundgarden. Il secondo, “Unholy War”, è un pezzo abbastanza oscuro e duro, e non si discosta granchè dallo spirito genereale di base del disco, anche se mi piace parecchio il giro di chitarra, mentre l’assolo lascia un pò a desiderare…
“Lullaby”, invece, riprende la tanto amata tematica “onirica” di Alice, che aveva sviluppato al meglio in LP come “Goes To Hell” e “Welcome To My Nightmare”. Il cantato si alterna tra parti delicate e parti ruvide, in cui la voce di Alice non fa assolutamente rimpiangere le performance del passato.
La numero 9 è una ballad intitolata “It’s Me che”, sebbene non regga al confronto con quelle del passato considerate ormai come classici (per esempio “I Never Cry”), tuttavia non passa inosservata. D’altronde io ho come l’impressione che il carisma, la classe e la teatralità di Cooper possano veramente trasformare qualsiasi canzone in un capolavoro, se è lo stesso Alice a volerlo!
Il brano di chiusura è “Cleansed By Fire”, che si apre con un arpeggio soffice e prosegue poi su territori cari al vecchio Alice, quello più melodrammatico.
Tirando le somme, questo “The Last Temptation” rappresenta senz’altro un ritorno alle origini per Alice Cooper, fortemente voluto sia da lui stesso che dai fans più attempati. È un disco che non sfigurerebbe, infatti, se posto immediatamente dopo “Goes To Hell” nella discografia del nostro. Certo, se dovessi consigliare ad un neofita un CD, sicuramente gli suggerirei l’acquisto di dischi come “Welcome To…” o come “Killer” oppure “From The Inside”, mentre, a mio avviso, l’acquisto è caldamente consigliato a chi già stima da tempo Alice e trae profondo godimento dalla sua calda voce.

Tracklist :

1.  Sideshow
2.  Nothing’s Free
3.  Lost In America
4.  Bad Place Alone
5.  You’re My Temptation
6.  Stolen Prayer
7.  Unholy War
8.  Lullaby
9.  It’s Me
10. Cleansed By Fire

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