Recensione: The Mediator Between Head And Hands Must be The Heart

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Passano gli anni ma i Sepultura rimangono una delle band metal più chiacchierate del pianeta. Sarà per l'innegabile contributo dato alla causa del Metallo negli anni d'oro, sarà per la grande popolarità o, ancora, per le travagliate vicende che hanno visto l'allontanamento dei fratelli Cavalera e l'entrata in scena del mai troppo amato Derrick Green (con il proverbiale scontento dei fan della prima ora), eppure l'uscita di un nuovo album dei brasiliani si configura ogni volta come un evento di importanza non trascurabile.

E', d'altro canto, un dato di fatto come i dischi del post-Max Cavalera non abbiano ottenuto i grandi consensi del passato (per quanto già ai tempi “Roots” l'uditorio si spaccò in due...), con buona parte dell'uditorio pronto ad individuaree le cause del declino nell'uscita di scena del cantante di Belo Horizonte (trascurando che anche la discografia dei suoi Soulfy non è stata affatto immune da episodi discutibili, vedi l'ultimo “Savages”). Cionondimeno i “nuovi” Seps hanno continuato per la loro strada proponendo dal 1998 ad oggi ben sette album, alternando lavori generalmente poco apprezzati (“Against”, “Roorback” ed “A-Lex”) ad altri più quotati come “Nation”, “Dante XXI” e il recente “Kairos”.
 
La vera domanda, oggi, è chiedersi a quale delle due categorie appartenga il nuovo “The Mediator Between Head And Hands Must be The Heart”: si tratta di una ciofeca, di un'opera onesta e dignitosa o magari di un nuovo capolavoro in grado di rilanciare definitivamente il marchio dei Carioca? Sgombriamo immediatamente il campo da improbabili illusioni: di certo non ci troviamo di fronte ad un capo d'opera; “The Mediator...” è “solo” un più che buon album di thrash/groove/hardcore come è lecito aspettarsi da una band con la storia, la classe e l'esperienza dei Sepultura. La chitarra di Andreas Kisser si mostra in tutto il suo vigore grazie a riff e ritmiche di grande violenza ed intensità, la batteria del nuovo acquisto Eloy Casagrande e il basso del veterano Paulo Jr. svolgono il proprio compito con la giusta energia e la dovuta convinzione mentre persino il vituperato Derrick Green sfodera una prestazione vocale di un certo rilievo.

L'apertura è affidata all'ottima “Trauma Of War”, praticamente hardcore ad alto tasso di velocità e aggressività con un azzeccato cantato in voce filtrata. “The Vatican”, aperta da cori gregoriani e da un atmosfera da horror movie, si tramuta presto in un efficace thrash/speed metal song godibile e decisamente azzeccata cui segue la più groovy “Impending Doom”, una delle più tirate e riuscite in scaletta, con Andreas Kisser e Derrick Green sugli scudi. Abbandoniamo la violenza cieca delle prime tre tracce per tuffarci nella più elaborata “Manipulation Tragedy”: ad un incipit sempre a cavallo tra thrash, death e hardcore segue un intermezzo etno/tribale piuttosto ben orchestrato che accompagna il pezzo verso il finale riservato alle chitarra solista.

Il groove torna a farla da padrone sulla panteresca “Tsunami”, altro pezzo più che discreto ove persino Green fa, a tratti, il verso all'Anselmo degli anni migliori. “The Bliss Of Ignorants” è di nuovo hardcore tribaleggiante ma, per la prima volta, con una certa stanchezza che appesantisce un po' il tutto; per fortuna si risale con l'ottima “Grief”, non troppo distante, per certi versi, da quanto fatto negli ultimi dieci anni da gruppi sicuramente debitori dei Sepultura in termini di ispirazione come i Mastodon e i The Ocean: molto interessante e di grande atmosfera. Di nuovo thrash/groove con la buonissima “The Age Of The Atheist” in attesa del finale, affidato alla caotica (ma non disprezzabile) “Obsessed”, in linea con gli episodi più tirati di “The Mediator...”, e a “Da Lama Ao Chaos”, cover di Chico Science e Nação Zumbi "intonata" da Andreas Kisser e forse più adatta come bonus track data la scarsa attinenza con il resto dei contenuti.

Di certo i tempi di “Arise”, “Chaos A.D.” e “Roots” sono ben lontani, tuttavia qualche eco della genialità di quei lavori si fa risentire anche nel presente riuscendo, unitamente ad una buona vena attitudinale e compositiva, a portare “The Mediator Between Head And Hands Must Be The Heart” su livelli lontani dall'eccellenza quanto ampiamente al di sopra della sufficienza. Tutto sommato, bene così.

Stefano Burini

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