Recensione: The Mission

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Guardando alla carriera e alla discografia di band come gli Styx, i Triumph, i Kansas, i Journey, i Blue Oyster Cult, faccio onestamente fatica a capire come i Guns 'N' Roses o persino gli sfibrati e consunti Iron Maiden o Metallica riescano ancora a guadagnarsi decine di copertine e a catalizzare l'attenzione dei Media, ed in particolare dei Social Media. E' abbastanza disarmante constatare come band in grado di produrre tanta e tale buona musica in carriera non abbiano ricevuto lo status di eroi assoluti del pentagramma, come avrebbero meritato e strameritato. Mi si dirà che alcuni di questi forse non sono nemmeno più in attività o che comunque il loro riaffacciarsi sulla grande scena è talmente sporadico da guadagnarsi appena una distratta e risicata news su qualche portale infinitesimale del web. Per gli Styx questo alibi non vale più. Nel 2017 si sono rifatti vivi con "The Mission". Né si potrà sostenere che la band è bollita o che l'album sia di poco conto poiché - scusate se è poco - trattasi di uno dei loro migliori lavori di sempre (e ne hanno fatti parecchi).
 

I signori Styx sono a battere il ferro dalla fine degli anni '60, quando la maggior parte dei titani del rock odierno manco era nata, men che meno aveva pubblicato album. 15 titoli (16 con "The Mission"), svariati dischi di platino, hits a mitraglia piazzate un po' ovunque. In Europa la loro eco è arrivata meno rispetto agli States ma questo, oltre che da un sound marcatamente a stelle e strisce, è spesso dato dai misteriosi viatici del music business. Fatto sta che Shaw, Young e Panozzo sono di nuovo alla ribalta, con un ambizioso concept riguardante nientemeno che l'approdo su Marte nel futuro 2033. Abituati a lustri su lustri di viaggi spaziali a bordo delle astronavi affollatissime di Arjen Anthony Lucassen, i rocker all'ascolto non dovranno cadere nel tranello di etichettare una produzione come questa come un "ennesimo". Idee che avete magari ascoltato ed apprezzato nei dischi degli Ayreon provengono anche da qui. Eco di Yes, Rush, Toto, Beatles e Queen rimbalzano da uno scafo all'altro di questo convoglio interplanetario diretto sul Grande Rosso.
 

Davvero di qualità eccellente il songwriting di questi "vecchietti" di platino, morbido, fluido e rotondo come un succo di frutta pesca e mango trangugiato nella canicola tropicale agostana. Armonie vocali celestiali, abbarbicate su vette empiree inarrivabili per la quasi totalità delle rock band presenti e passate, melodie meravigliose ed irresistibili come quelle contenute in "Radio Silence", "Greater Good", "The Outpost", "Hundred Milion Miles From Home", una naturalezza sconfinata nel rendere fruibile e apparentemente semplice anche il passaggio strumentale più tecnico ed elaborato, così da far risultare soave e leggero ciò che così immediato e banale non è affatto. Maniacale la cura e la limatura di ogni fraseggio, tanto da rendere prezioso ogni secondo contenuto in questi solchi. Un album che testimonia una lucidità, una freschezza ed una vitalità incredibili da parte di una band che - fossimo in Italia - verrebbe con ogni probabilità relegata ai nostalgici show televisivi di Carlo Conti e Fabio Fazio per residuati bellici, tra una Marcella Bella ed una pubblicità dell'Algasiv. Ad oggi, per quanto mi riguarda, "The Mission" si candida di diritto ad entrare nella top ten delle migliori uscite dell'anno, niene male per degli astronauti in età da pensione

 
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