Recensione: The Never Ending Black

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Suona subito «strano», “The Never Ending Black” degli svizzeri Pigskin. Sì, perché nonostante l’album sia frutto di un’autoproduzione, non ha nulla da invidiare a chicchessia, in termini di qualità complessiva. Passando dal libretto al dischetto, musica compresa, la sensazione è di trovarsi davanti a un manufatto realizzato professionalmente.
Approfondendo le note biografiche si scopre che i Nostri sono attivi dal 1996, avendo alle spalle un demo (“Pigskin”, 2000) altri due full-length (“Epidemic”, 2003; “Exposed To Threat”, 2006) e un EP (“Noise Of The Broken Bones”, 2008). “Exposed To Threat” e “Noise Of The Broken Bones” – e qui si spiega la sensazione iniziale di competenza – incisi con l’etichetta tedesca Non Stop Music Records che poi ha tirato in remi in barca.
Ciò dimostra, inoltre, la ferrea determinazione del combo elvetico, ben deciso a firmare nuovamente un contratto discografico utilizzando come trampolino di lancio “The Never Ending Black”, appunto.

Tutto quanto sopra non può che ben disporre per l’ascolto del platter che, infatti, disegna alla perfezione il sound del quintetto del Kanton Schwyz.
Sound stilisticamente imperniato sulla commistione fra hardcore e thrash («thrash-core»?), sostenuto da un suono molto potente e assai pulito. A volte la profondità di certe ritmiche, un po’ di growling e la presenza di alcuni stop’n’go rimandano al death-core, ma si tratta solo dell’insaporimento di una pietanza dalla ricetta semplice e dagli ingredienti ben dosati (due terzi di hardcore + un terzo di thrash).
Per cercar di chiarire al meglio il genere proposto si potrebbero introdurre, anche, i concetti di «groove metal» e di «metal-core».  Tuttavia ciò porterebbe a far confusione: meglio allora esser semplici e fare quindi mente locale solo e soltanto al capoverso precedente.
Per esser semplici, allora, è sufficiente rilevare che i dieci brani di “The Never Ending Black” sono altrettante bordate nello stomaco.
Si tratta di energia allo stato puro, incanalata nel missaggio con pulizia e ottimo senso dell’ordine. Nonostante la spiccata aggressività della musica, trascinata dall’instancabile ugola di Daniel “Jogge” Forrer, la precisione (svizzera?) dell’esecuzione strumentale non mostra punti oscuri. Pieric “Sean” Grosjean e Reni “Jeff” Burkhard macinano tonnellate di riff mediante un guitar-work moderno e vario; ricco di abbellimenti ritmici che s’intersecano con precisione millimetrica ai frenetici giri del motore di spinta formato da Patrick “Sigi” Nötzli (basso) e Reto “Swifti” Bachmann (batteria). Davvero un suono denso e appagante, con lo spettro sonoro ben riempito dalla massiccia brutalità che il genere esige. Raggiunto l’obiettivo di un sound ottimamente definito e personale latita, invece, l’originalità; mancanza ahimè comune a tante band che praticano lo stesso genere.
Le song, però, non sono così scarse come da premessa. Già l’intro “Frisco Joe” ha una buona melodia e il giusto ritmo per preparare la strada a “Order Of Domination”, forse il migliore episodio del lotto. Il possente mid-tempo della canzone è trascinante e dinamico, le linee vocali stentoree e, soprattutto, ben modulate e in linea con le dure trame cucite dalle chitarre; impegnate anche in rifiniture dal gusto raffinato. “153 Divisions” mostra la perfetta coesione fra i riff in palm-muting plasmati dalle due asce e la sezione ritmica.
Si nota bene, cioè, l’ottima preparazione tecnica di Pieric “Sean” Grosjean & Co., avanti rispetto a quella posseduta da band alle prese con le prime autoproduzioni. “Travel To The Liver” è una vera mazzata sui denti, precisa e veloce, ricca di mosh per devastare con… ordine!
Ormai è chiaro che i ragazzi provenienti da Wollerau e Schindellegi fondano tutta la loro proposta sulla ricerca della miglior sinergia fra potenza e ritmo. Ricerca che porta alla compattezza dell’insieme ma che lascia fuori dalla porta l’aspetto più artistico della questione: la canzone; da intendersi come un’occasione per sviluppare l’inventiva melodica invece che l’essere un mero esercizio di tecnica. E così arriva – puntuale come la morte – la noia. Ancora mosh in “The Blood Of Kings”. Brano che si può prendere come esempio di quanto più sopra specificato.
I cosiddetti «numeri» i Nostri li hanno, comunque. L’articolata “The Never Ending Black” fa intuire che, forse, la capacità compositiva è non manca ma è solo acerba. In questo caso, infatti, sono mescolati – bene – tutti gli elementi necessari per fare una «buona canzone». In grado cioè di stimolare chi ascolta a ripeterne i passaggi sul lettore.

Tecnicamente irreprensibili, i Pigskin si dimostrano ancora immaturi per ciò che concerne il song-writing, troppo ordinario e privo di genialità. Starà a loro capire se potranno sviscerare qualcosa in più – sotto questo specifico aspetto – oppure no. In ogni caso, “The Never Ending Black” merita una più che dignitosa sufficienza e, soprattutto, l’appoggio di una seria casa discografica.

Daniele “dani66” D’Adamo


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Track-list:
1. Frisco Joe (Instrumental Intro) 3:06        
2. Order Of Domination 3:58        
3. 153 Divisions 3:22        
4. Travel To The Liver 4:39        
5. Return To The Chapel 5:05        
6. The Rise Of Evil 5:05        
7. The Blood Of Kings 5:17        
8. Slave Of Darkness 4:26        
9. F.H.R. 4:36        
10. The Never Ending Black 6:37

All tracks 46 min. ca.

Line-up:
Daniel “Jogge” Forrer – Vocals
Pieric “Sean” Grosjean – Guitar
Reni “Jeff” Burkhard – Guitar
Patrick “Sigi” Nötzli – Bass
Reto “Swifti” Bachmann – Drums

 
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