Recensione: The Night Siren

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Le uscite discografiche di Steve Hackett sono sempre ammantate di un alone fatto di mistero e attrattiva indiscutibili. Dopo il discreto Wolflight, trascorsi due anni è la volta di The Night Siren, album dalla copertina ammaliante (basta poco, lo spettacolo di un’aurora boreale è sempre mozzafiato) e un cast di ospiti di tutto rispetto, basti citare Nick D'Virgilio (ex-Spock’s Beard) e Troy Donockley (Nightwish).
L’opener “Behind the smoke” inizia tratteggiando tinte fatate e meste; l’entrata in scena della 6-corde è maestoso e trascinante, ma il pezzo non passa inosservato anche per alcuni inserti di musica etnica. “Martian Sea” inizia sbarazzina, con meno spigolosità e maggiori concessioni alla melodia; la seconda parte, invece, è onirica, con intrecci di sitar e chitarra. Si prosegue nel viaggio mentale proposto da Hackett con “Fifty Miles from the North Pole”, che riesce nell’interno di creare paesaggi sonori lisergici che all’improvviso lasciano spazio all’inventiva solistica. Vengono in mentre gruppi come Arena, Marillion e il buon rock che fu, ma c’è da segnalare che un po’ di noia inizia a farsi sentire e siamo solo al terzo brano in scaletta.

Ci pensano i toni drammatici all’avvio di “El Niño”, quasi da colonna sonora, per risvegliare l’interesse dell’ascoltatore. La traccia è una composizione progressive di pregevole fattura strumentale, cui segue, con giusta accortezza, la distensiva “Other Side of the Wall”, ariosa e struggente ballad voce-chitarra acustica. Attimi di flamenco nei primi secondi di “Anything but Love”, pezzo falotico e trascinante, con un drumwork chirurgico e tanto di armonica nel finale. Uno dei momenti migliori dell’album, viene voglia di ballare all’istante. “Inca Terra” vede al microfono Nad Sylvan (già presente in Genesis Revisited); siamo di fronte a un brano per così dire dimidiato: prima parte crepuscolare, seconda parte geniale con bonghi, chitarre e hammond in perfetto connubio. I ritmi si fanno sincopati e l’effetto è un tripudio di ilarità.
Un jingle che ricorda quello di “Loser” targato Ayreon (Hackett ha collaborato con Lucassen nel 2013) introduce “In Another Life”, memorabile traccia nei minuti finali, con il saggio Troy Donockley a regalare emozioni (forse la cornamusa irlandese è lo strumento dell’anima per antonomasia). Tornano melodie araboidi e vagamente oscure con “In the Skeleton Gallery”, brano impreziosito da parti di sax e uno stacco al fulmicotone all’inizio del quarto minuto degno dei Rush, un tripudio prog. che avvicina antico e moderno (King Crimson e Neal Morse per farsi un’idea). Ancora classe e l’immancabile cantato austero di Hackett in “West to East”, un inno pregevole con un refrain ammiccante. Il finale è un vero e proprio regalo in calce all’album: ascoltare “The gift” è come respirare aria pura, il sentimento che riversa Hackett nei suoi assoli centellinati (dove le pause dicono più che miriadi di note superflue) su tappeto di synth, fanno capire che il compositore sessantasettenne, dopo una trentina di album in studio, ha ancora frecce al suo arco.

The Night Siren è un buon album, funziona la struttura dei brani spesso divisi in due, con alternanza di dinamiche e ritmo. L’eclettismo non deficita, la produzione è soddisfacente, pezzi come “El Niño”, “Anything but Love” e “In Another Life” restano impressi al primo ascolto. Nel tourbillon around the world che lega sottilmente le undici canzoni in tracklist traspare, poi, la voglia di Hackett di trattare le bellezze del nostro pianeta, troppo sottovalutato, sempre unico nella sue fragilità discreta.

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamathys)

 
80