Recensione: The Ones Who Create : The Ones Who Destroy

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Osceno, ovviamente, che "The Ones Who Create : The Ones Who Destroy", debut-album di una band stratosferica come i neonati Crator, composta di elementi dal talento smisurato, debba essere recensita come un'autoproduzione.

Il che la dice lunga su parecchi aspetti del music-business.

Ma tant'è, onore ai quattro newyorkesi Jason Keyser (Origin, ex-Skinless, Mucopus - voce), Jeff Liefer (Foaming At The Mouth, Tentacles - chitarra), Colin Marston (Gorguts, Dysrhythmia, Krallice - basso) e John Longstreth (Origin, Unmerciful, ex-Gorguts - batteria) per essere scesi sottoterra a compiere i loro esperimenti di technical death metal.

Prove volte a utilizzare il technical death metal stesso come mezzo di espressione artistica. Musicale, visiva, visionaria. E non come mera, sciatta, fredda elencazione di segmenti spaventosamente zeppi di tecnica strumentale fine a se stessa, vuota come lo spazio intergalattico.

Del resto, non a caso, gli ensemble da cui provengono i Nostri sono noti proprio per questo motivo: tecnica a supporto dell'arte. Stop. Esattamente come la filosofia di una delle formazioni più sottovalutate e ignorate sia da critica, sia da pubblico. Gli Origin. Da cui, di nuovo non a caso, nei Crator confluiscono due elementi-cardine: il cantante Jason Keyser e il batterista John Longstreth. Quest'ultimo impareggiabile drummer in grado, con il suo terrificante groove, di spingere con spaventosa energia a getto la navetta Crator oltre la velocità del suono, oltre mille volte la velocità del suono. Per trapassare il Cosmo da parte a parte allo scopo di intravedere, anche soltanto, civiltà aliene e quindi di consentire ai suoi compagni di inserire sul rigo musicale le rispettive sensazioni semi-oniriche che, come un film accelerato nelle immagini, si dipanano celermente sotto i loro occhi.

'The Ouroboros Is Broken', opener-track. Immane coacervo di arzigogoli armonici che, nondimeno, seguono sempre con estrema precisione la rotta, non perdendo mai la bussola, nemmeno negli istanti più convulsi. 'The Judge on War', brano psicotropo. Deforma le coordinate dello spazio-tempo cui è abituata a sopravvivere la mente, costringendola a entrare nello stato di trance. E a perdersi nell'allucinazione nero/blu. Trame buie, oscure, angosciose, che instaurano uno stato d'ansia perenne per il timor d'Universo, se non addirittura Multiverso.

Via via che il viaggio nel nulla prosegue, si susseguono song dal contenuto tecnico spaventoso ('The Ones Who Create, the Ones Who Destroy'), che offrono, all'orecchio attento, diverse chiavi di lettura per sviscerare l'armonia dei meravigliosi movimenti gravitazionali fra corpi celesti. 'The Great Stagnation', è lo sfascio sublime. Impossibile, per i normali, derivare come sia possibile che i Crator riescano a procedere a dei BTM così elevati, a supporto di riff vertiginosi dalla frequenza assassina. Jeff Liefer monstre. Vivida termonucleare esplosione di supernovæ che si itera in 'The Sixth Genocide'.

'The Noble Lie' offre un incipit rallentato (sic!), giusto per ritoccare le corrette percezioni cui deve essere fagocitato "The Ones Who Create : The Ones Who Destroy". Poi, la dissoluzione atomica, dovuta alle dissonanze feroci che contraddistinguono il pezzo stesso, che spezzano ogni capacità resistiva, e quindi l'annichilazione finale. Che, se non risolutiva, può avvalersi della devastante 'The Collective'. Demolizione molecolare. Strappo delle interazioni nucleari forti.

Rumori cibernetici, meccanici, non-umani. È l'inizio 'The Echo That Conquers Voice', zeppa d'eco, per l'appunto. Che, quasi immediatamente, diverge nelle aree cosmiche che soltanto i Crator conoscono, ove s'inverte la materia. Antimateria, dunque? Cozzo materia/antimateria. Forse sì, giacché la chiusura spetta alla strumentale, cupa, nervosa 'The Unquiet Sky': anche il Cielo, ora, non è più tranquillo.

"The Ones Who Create : The Ones Who Destroy" è il technical death metal nella sua unica manifestazione vera.

Altro da scrivere non c'è: ciascuno tragga le proprie conclusioni.

Daniele D'Adamo

 
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