Recensione: The Order

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Come spesso accade, il passaggio dal 2018 al 2019 ha lasciato in sospeso una gran quantità di dischi editi nell’anno appena concluso dei quali non si può ovviare la recensione; tra questi trepidanti lavori il nuovo disco degli occultisti greci Lucifer’s Child uscito a fine novembre che, senza girarci troppo attorno, va a piazzarsi di diritto nel podio assoluto delle uscite estreme di questo 2018 appena concluso.

Dichiarazioni altisonanti ma non azzardate visto e considerato che ci siamo dati del tempo prima di recensire questo concentrato di odio e rabbia racchiuso in quarantacinque minuti di massacro collettivo, dandoci la possibilità di constatare che oltre la qualità dei singoli pezzi contenuti nel disco pure la sua longevità e resistenza al trascorrere degli ascolti reiterati rimane immutata.

Fondati ad Atene da George Emmanuel (Rotting Christ) e Stathis Ridis (Nightfall), esordiscono in sordina con The Wiccan nel 2015, ottimo disco che agli addetti ai lavori non passò inosservato. A distanza di tre anni, come un fulmine a ciel sereno, ecco che The Order squarcia il cielo azzurro con fiamme e lapilli di lava pronto a incendiare qualsiasi cosa cui andrà incontro.

L’Agonia Records quest’anno ha fatto un gran doppio colpo: prima con il ritorno dei Varathron in  Patriarchs Of Evil e, appunto, questo nuovissimo The Order che non solo bissa il successo del suo predecessore ma ne surclassa decisamente la resa e la qualità grazie al mix collaudato di tradizionale black death metal di classico stampo greco con ampio uso di soluzioni atmosferiche, incrociandolo con la violenza e sfacciataggine nord europea e contaminandolo con soluzioni moderniste prettamente americane.

Il risultato? Un capolavoro malato dell’estremo, una bibbia del male, otto versetti satanici carichi di violenza e malvagità che aspettano solo il momento di esplodere come delle bombe al napalm.

Tutto questo malessere è stato confezionato in maniera impeccabile dalla label polacca a partire dall’oscura cover confezionata elegantemente in digipack e un booklet ben curato con una produzione di classe superiore, da Champions League satanica capace di farci pensare che siamo al cospetto di un colosso anziché un’etichetta che si occupa prettamente di metallo estremo.

Andando per gradi, non parliamo di un disco pioneristico, di un qualcosa di visionario alla Jules Verne, niente di tutto ciò, ma di un disco suonato in maniera impeccabile e prodotto alla perfezione dove per tutta la sua durata non esiste un benchè minimo momento di stanca, la tensione è sempre elevatissima, l’headbanging sostenuto e vorticoso e il Signore degli Inferi nel frattempo ci guarda divertito.

Come ben sappiamo, la tradizione greca impone dei clichè taciti ma consuetudinari per i quali, in alternanza dei momenti più brutali ed efferati, ci dev’essere quella capacità di saper creare momenti di stacco atmosferici e riflessivi, farci chiudere gli occhi e trasportarci con la mente sulla spiaggia di Monolithos e in un attimo farci travolgere da uno tsunami di demoni a tre teste.

Lucifero questa volta sarà davvero soddisfatto nell’ascoltare il nuovo operato dei suoi figli prediletti e, sedutosi nel suo trono di fiamme e sangue, si ascolta con pace interiore The Order traccia dopo traccia agitando la coda in senso di totale approvazione.

Invictus – Maximus – Sathanas – Lucifer

Viva Morte è il migliore biglietto da visita che questi ragazzi incivili possano presentare, ancora meglio di quello di Patrick Bateman in American Psycho; un attacco frontale più violento di un eruzione del Krakatoa che fa strada al primo singolo e title track The Order, un'autentica mazzata mid tempo marziale e guerrafondaia come poche se ne sentono che ti fa venire la voglia di decapitarti dallo scuotere la testa.

Non c’è tregua ma una costante chiamata alle armi sia per le successive Fall of the Rebel Angels e Through Fire We Burn, autentici capolavori spavaldi carichi di odio e pathos che continuano l'avanzata inarrestabile dei primi due pezzi senza però dover ricorrere a velocità assurde dettati dagli stereotipi black più comuni.

Il disco si muove per la maggiore su tempi medi con accelerazioni in blast beat centellinate lasciando decisamente più spazio al groove e la doppia cassa come riferimento principale, favorendo l’headbanging di rabbia anziché le singole corna al cielo e dando la possibilità, grazie alle ottime harsh vocals di Marios Dupont, di poter capire le singole parole trasudanti odio di tutti i testi nonostante gli effetti usati per filtrarla, stringendo l’occhio a soluzioni moderniste che possono sembrare quasi al limite dell’industrial.

L’atmosfera viene accentuata ulteriormente durante Black Heart: con un lento incipt estenuante al limite del doom questa preghiera al maligno assume lentamente i connotanti di una classica death metal song oscura e rarefatta, pregna di sangue e miseria così come nella conclusiva Siste Farvel, che gira attorno a una melodia malvagia e oscura che va a prendere a piene mani in quel filone gothic che fece la fortuna di tante band nella metà degli anni novanta, chiudendo così il disco in maniera arcaica e solenne.

Dilungarsi non serve, se amate la musica di qualità superiore, che sia estrema o meno e suonata con le palle, fatelo vostro, qualsiasi metallaro che si rispetti dovrebbe possederne una copia.

The Order si posiziona in un segmento decisamente particolare, parlare di innovazione a tutto tondo non è corretto ma neppure sbagliato, ciò dimostra come una band nata pochi anni fa possa comunque surclassare lavori di band più blasonate facendo convivere elementi tipici della tradizione greca a infiltrazioni nordiche con qualche infarinatura nello stile di oltreoceano amalgamando soluzioni decisamente atipiche pure nel genere stesso.

Chi dice che il metal è morto deve solo schiacciare play e lasciarsi calare negli Inferi grazie ai Lucifer’s Child.

 
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