Recensione: The Pardoner

inserito da

«The lyf so short, the craft so long to lerne,
Th'assay so hard, so sharp the conquerynge,
The dredful joye alwey that slit so yerne:
Al this mene I by Love, that my felynge
Astonyeth with his wonderful werkynge
So sore, iwis, that whan I on hym thynke
Nat wot I wel wher that I flete or wynke.»

(Geoffrey Chaucer, “Il parlamento degli uccelli”)

Per il loro secondo full-length in carriera, “The Pardoner”, i britannici Abhorrent Decimation scelgono delle tematiche senza dubbio di non facile assimilazione. Quelle del poeta e scrittore Geoffrey Chaucer che, con le sue opere - fra le quali spiccano “I racconti di Canterbury” - ha messo fra l'altro le fondamenta, nel XIV secolo, all'inglese moderno. In particolare, nel disco viene affrontato il tema del perdono ma nella sua accezione più negativa, quale, cioè, strumento di ricatto da parte delle religioni per giungere al completo soggiogamento e mercificazione della personalità umana. 

Oltre alla maturità dimostrata nell'aver saputo affrontare soggetti diversi dai soliti cliché, salta subito all'occhio anzi all'orecchio quella di aver saputo elaborare uno stile maturo e adulto. Un sound semplicemente pazzesco, quello di “The Pardoner”: blackened death metal ai massimi livelli, assestato senz'altro su quelli dei Behemoth et al.; in grado di lasciare intendere che la scuola del Regno Unito la quale, tanti anni fa, ha dato il via all'heavy metal, non è mai seconda a nessuno, quale che sia il sottogenere del metal medesimo.

La stupenda introduzione - pianoforte / violoncello - all'opener-track 'Soothsayer' è ideale per calare l'ascoltatore nel lugubre mondo di Chaucer, nel quale tutto ha un prezzo, perdono in primis, appunto. Poi, l'attacco. I toni drammatici delle chitarre sono supportati da un drumming terremotante, che lascia intendere il leit-motiv della sua essenza: il blast-beats. Eccezionale anche l'interpretazione di Ashley Scott, bravissimo a modificare la propria lingua per renderla adatta alle metriche arcaiche del 1300 ma non solo. Una prestazione maiuscola, con un growling frenato, rabbioso, cattivo da fare impressione. Il collo di Scott deve gonfiarsi moltissimo, insomma, per rendere così potente la sua emissione vocale.

Non è solo l'estrema bravura strumentale dei singoli membri a rendere vincente il suono degli Abhorrent Decimation, quanto il gioco di squadra, l'insieme, la coesione fra le parti. E la composizione. Due fattori assolutamente vincenti che rendono “The Pardoner” uno dei migliori esempi di death metal moderno del 2017.

Per questo tipo di death, assai ostico di natura, non è così semplice memorizzare le song, mandare a mente i passaggi, trovare puro compiacimento dal semplice ascolto. Gli Abhorrent Decimation, però, riescono in questa difficile impresa, regalando dei brani magnifici, che entrano subito dentro, nel sangue, come per esempio 'Votive Offerings', il cui cadenzato incipit è chiaramente stato scritto appositamente per installarsi nella mente. Dopo, lo sfacelo. 

Il quintetto di Londra è in grado di raggiungere con facilità irrisoria velocità da brivido senza perdere per un attimo la coscienza di se stesso, la pulizia di esecuzione, la limpidezza del suono. A tratti dall'aspetto così tagliente da assumere sapori eminentemente *-core. O, meglio ancora, deathcore. Intinto di nero, sempre ('Granted Indulgence').

Le sferzate dei blast-beats sono come scudisciate sulla pelle nuda, spesso si scatenano dalle mani di Dan Danby ma, forse, è negli istanti più lenti, cadenzati - si fa per dire, che gli Abhorrent Decimation danno il meglio di sé. Potendo contare di una notevole capacità di approfondimento delle linee musicali, articolate ma sempre e comunque comprensibili ('Black Candle Gathering').

Per questo si può affermare che “The Pardoner” sia un gran lavoro, frutto di tecnica, di studio, d'inspirazione. E, di conseguenza, che gli Abhorrent Decimation siano al momento una delle migliori band di blackened death metal.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

 
80