Recensione: The Passage of Existence

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Monstrosity. Undici anni di silenzio, corrispondenti al periodo intercorrente fra l'uscita di "Spiritual Apocalypse" (2007) e quella dell'ultimogenito, "The Passage of Existence". Un lasso di tempo che ha visto un'importante aggiunta nella formazione, e cioè quella di Matt Barnes alla chitarra; addendo indispensabile per irrobustire ulteriormente un sound già di per sé poderoso, possente, mortale.

Sound che, come pochi, oggigiorno, incarna la natura unica del leggendario death metal made in Florida, il cui nucleo primigenio si è generato alla fine degli anni ottanta e che, poi, ha contribuito in maniera decisiva all'esplosione del metal estremo in tutto Mondo.

I Monstrosity sono nati nel 1990, hanno pertanto ventotto anni di carriera alle spalle per cui, in prima battuta, appare lecito aspettarsi un disco fortemente legato alle origini, con poche concessioni alla modernità di un genere che, a volte, ha divagato forse troppo dai dettami di base che lo identificano univocamente.

E così è. "The Passage of Existence" può essere visto come un tuffo nel passato. Ma non quello arcaico, nebuloso, ancora da formarsi compiutamente. Un viaggio nel tempo, quindi, che comunque tiene conto che l'Umanità vive nel 2018 e non nel 1990. Questo i Nostri lo sanno bene e quindi hanno ammodernato il loro sound per rispondere a quello che è lo standard odierno in materia. Il sound ma non lo stile, impregnato, soprattutto per quanto concerne il lavoro delle chitarre, da un retroterra culturale immenso; da cui emergono, qua e là, richiami alla madre del tutto, cioè l'heavy metal che, come anticipato, forma la matrice di sostegno particolarmente ai soli delle sei corde.

Uno stile che si basa con convinzione su mid ed up-tempo, concedendo poco alla pratica dei blast-beats ('Maelstrom'), come se quest'ultima snaturasse le caratteristiche ben note agli appassionati del metallo della morte nato e cresciuto terre paludose dello Stato del Sud degli Stati Uniti. Un'obbedienza a se stessi che rende onore e merito al combo di Tampa, integerrimo nel proporre ciò che più gli aggrada: la fedeltà per una tipologia musicale unica, lontana ma vicina a quella svedese, esplosa più o meno nello stesso periodo. Fedeltà e coerenza, due qualità che senza ombra di dubbio saranno apprezzate dai fan più conservatori.

Se lo stile di "The Passage of Existence" è davvero da enciclopedia metallica, non pare essere altrettanto il songwriting. Più che sufficiente, naturalmente, data la classe del quintetto, ma non molto coinvolgente, almeno a parere di chi scrive. Le song sono sufficientemente variegate e, come devono, rispondono in toto e con fedeltà allo stile che le alimenta. Tuttavia, appare un modo di comporre stanco, liso dai lustri che passano, incapace di dar luogo a canzoni memorabili. Un po' scolastico e freddo, insomma.

Non si tratta, questo, di un difetto tale da affossare il full-length, assolutamente, ma impedisce al medesimo di decollare, di spazzare tutto e tutti per imporre la propria legge.

Da avere, comunque, "The Passage of Existence", per il valore di storia / leggenda vivente che possiedono Monstrosity.

Daniele "dani66" D'Adamo

 

 
70