Recensione: The Redemption of Cain

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Gabriele Bernasconi, comasco classe ’81, era sino a non molto tempo fa il frontman dei Clairvoyants, band HM che era riuscita, dopo due album, a crearsi un discreto seguito e anche un buon nome, per via dei molti concerti dal vivo ai quali il gruppo ha partecipato. Essere nel contempo anche un’affermata realtà italiana dedita a tributare gli Iron Maiden ha sicuramente aiutato a far circolare il verbo del chiaroveggente anche se, nello stesso tempo ha fatto storcere il naso all’ala più oltranzista dei die hard fan. Niente di nuovo sul fronte occidentale, quindi, situazioni trite e ritrite che fanno parte della storia dell’heavy metal alle nostre latitudini, ancora molto ricettive nei confronti del grado di purezza incorruttibile di coloro i quali fanno parte della grande famiglia della musica muscolosa. 

I Clairvoyants hanno poi chiuso baracca e burattini nel gennaio dell’anno scorso, dopo tre lustri di onorata carriera e oggi, al crepuscolo di questo 2016, esce The Redemption of Cain, sotto l’egida della label tedesca Metalville, esordio discografico di una nuova realtà chiamata Art X che fa riferimento in tutto e per tutto a Gabriele Bernasconi, sia per quanto riguarda la musica che i testi. Come ben esplicitato nel recente comunicato apparso anche sui nostri schermi a sfondo nero, trattasi di progetto che si ispira a operazioni già portate avanti in passato da entità siderurgiche quali Avantasia e Ayreon. Un concept che si può tranquillamente definire una rock opera, narrante le vicende bibliche di Caino e Abele.         

Come qualsiasi altra operazione che venga definita in tale, sfidante modo, anche The Redemption of Cain si avvale di una prima fila d’eccezione, a livello di collaborazioni e musicisti coinvolti: Luca Princiotta (chitarra – Doro, Clairvoyants), Oliver Palotai (tastiere – Kamelot), Steve Di Giorgio (basso – Testament), Giuseppe Orlando (batteria – Novembre). Riguardo il prestigioso – e pericoloso – ruolo dietro al microfono, oltre allo stesso “Caino” Bernasconi si alternano Roberto “Rob Tyrant” Tiranti (Vanexa, Labyrinth, Wonderworld) nel ruolo di Abele, André Matos (Angra, Shaaman) come Angelo di Dio, Amanda Sommerville (Kiske) che presta la voce a Lilith, l’inconfondibile ugola di Zachary Stevens (Savatage, Circle II Circle) nella parte del Custode dell’Eden, per finire con Blaze Bayley (Wolfsbane, Iron Maiden) nel ruolo di Adamo e Tim Aymar (Control Denied, Pharaoh) a fare Lucifero. La parte della moglie di Caino-Bernasconi è ad appannaggio di Lucia Emmanueli (Trewa) mentre Selina Iussich fa Eva.

La storia dell’heavy metal ha (anche) regalato – si fa per dire – concept album costruiti su storie davvero banali, l’occasione di mettere le mani su di una vicenda che mette in atto, fra le altre tematiche, la disperazione di Caino, reo assassino di suo fratello, è senza dubbio metallicamente arrapante. Come tutti i lavori curati bene anche a livello di confezionamento – sempre impeccabili, i Clairvoyants come questi Atr X, in questo – anche The Redemption of Cain si accompagna a una grafica di livello, della quale s’è occupato Eliran Kantor, conosciuto nell’ambiente per le sue collaborazioni con Satan, Sodom, Testament, Iced Earth e molti altri ancora.

Musicalmente, dopo l’intro Memoriae, evocativo tanto da richiamare i Death SS più epici dell’ultimo periodo, si parte sulle note di Knowledge and Death, aperta dallo stesso Gabriele Bernasconi, quale protagonista dell’intero disco nella parte di Caino.  A fornirgli man forte Selina Iussich e Blaze Bayley nel confezionamento di un brano ove la componente metallica non risulta mai invasiva, lasciando spazio alla vocalità dei tre interpreti. Proprio questo sarà il leitmotiv di The Redemption of Cain, esplicitato anche nella successiva The First & the Second  Sacrifice, ad appannaggio di Andre Matos e Rob Tyrant, prevalentemente. Il pathos sinfonico emanato da Crime, Pain and Penance in taluni passaggi raggiunge momenti accostabili ai brividi provocati dai Virgin Steele di David DeFeis sui due Atreus.  Due titoli come Lilith e Lucifer annunciano, sulla carta, sfracelli: il primo, sotto l’egida di Amanda Sommerville si fa strada  delicatamente finché il pallino passa fra le mani – leggasi l’ugola – di Tim Aymar portatore insano di vetriolo, che sa conferire la giusta carica di malignità al brano tutto. All’interno della traccia numero sette, a lui dedicato, il nostro riporta il regno incantato delle melodie scritte da Bernasconi su di un piano più propriamente heavy fucking metal, per chi scrive il classico cacio sui maccheroni della situazione.

A Wife’s Love costituisce l’episodio ove Lucia Emmanueli si ritaglia lo spazio d’azione necessario per mostrare il proprio talento vocale. Come da titolo, siamo lontani dalle tonalità del brano che l’ha preceduto anche perché Caino un po’ di pepe ce lo mette, all’interno dei quasi sei minuti a disposizione. The Keeper dà la possibilità a mister Zachary “Zak” Stevens di interpretare, per l’appunto, The Keeper of Eden, sciorinando la solita prova convincente nonostante opti, in ordine a evidenti esigenze di copione, per una modalità lontana da quella bollocks off di Savatiana-memoria. Enfasi presente ancorché non schiacciante, in Keeper. Chiusura in pompa magna, come facilmente ipotizzabile, lungo i dieci minuti di Eden, Finally… canzone suddivisa i tre parti principali nella quale un po’ tutti gli interpreti ci mettono del loro. Mai come in quest’occasione Gabriele Bernasconi confeziona atmosfere dal sapore cinematografico, dove con un po’ di fantasia si possono immaginare le sequenze conclusive della Redenzione di Caino, fra il grigiore di dell’ambientazione e un tramonto fiammeggiante sullo sfondo a costituire il palcoscenico ideale per i vari interventi di Matos, Stevens, Bayley, Tyrant e la stessa Emmanueli. La cifra stilista del pezzo richiama un’epica adulta, delicata, per capirci lontanissima da quella blood&enemies dei Manowar, ma in sintonia con le influenze nordeuropee della seconda metà degli anni Novanta legate al genere.

The Redemption of Cain, dopo più e più passaggi nei padiglioni auricolari, obbligatori per poter assorbire sottocute la totalità delle emozioni scaturite da questa rock opera a tutti gli effetti, se la gioca con le prove passate confezionate dai vari Tobias Sammet e Arjen Anthony Lucassen. Un ottimo risultato e per di più per nulla scontato, tenendo conto della cura con la quale Avantasia e Ayreon hanno saputo mediamente infiocchettare i propri prodotti. In questi casi il rischio di voler fare il passo più lungo della propria gamba, da parte di Bernasconi, avrebbe potuto avere delle conseguenze letali, artisticamente parlando, s’intende… Così non è stato, e va dato atto all’autore di aver avuto il coraggio di credere fino in fondo a un lavoro dalle proporzioni ambiziose quale il disco oggetto della recensione. Personalmente avrei gradito una carica aggressiva più elevata nei passaggi dalla carica epica evidente ma, al solito, si tratta di questioni altamente soggettive, ogni cosa è perfettibile. Quello che conta è che The Redemption of Cain possieda tutti i numeri per far breccia fra i cuori degli appassionati di questa modalità di interpretare  la musica dura, tutto il resto sono chiacchiere da “Bar heavy rock”…

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 
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