Recensione: The Rise Of Chaos

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Ci sono gruppi stellari che hanno fatto la storia della musica, come gli AC/DC, gli Scorpions, gli Iron Maiden ed i Metallica, ad esempio, dei quali, nel corso delle loro carriere, è stato scritto e detto praticamente tutto, tanto che, ad oggi, è quasi inutile continuare a parlarne. A meno che … a meno che non esca un loro nuovo album. Allora sì, torna alla memoria tutto quello che hanno fatto, ogni aneddoto, ogni brano e quello che ancora vogliono essere.

Così è per gli Accept, la band teutonica che meglio incarna lo spirito dell’Heavy Metal più granitico, quello vero ed incontaminato, fin dalla fine degli anni ’70, ben prima della nascita della NWOBHM, che all’epoca integrarono pur non facendone parte.

Gli Accept furono ‘metallari’ fin da subito, da prima che fosse coniato il termine, sviluppando un sound aggressivo e personale, riconoscibile sin dalle prime note e sin dalle prime strofe, grazie alle doti artistiche non comuni dei singoli componenti, sia come musicisti, sia come compositori. Gli Accept sono stati tra i precursori dell’headbanging, dei cori anthemici ed epici, delle accelerazioni che portarono allo speed, della voce graffiante ed arrabbiata che portò al Thrash, degli assoli lunghi ed enfatici e degli emozionanti scambi di Twin Guitars.

Non c’è niente che gli Accept non abbiano fatto dannatamente bene, espresso attraverso una discografia da brivido, con pochissime ‘scivolate’, se così le vogliamo chiamare.

Un controverso ‘Eat The Heat’ ad esempio, con il quale il combo provò a conquistare il mercato americano nel 1989, esprimendo alcune dichiarazioni che fecero storcere il naso ai più e con David Reece che sostituì il carismatico Udo Dirkschneider avviatosi alla carriera solista, senza, però, riuscire a occuparne il posto nel cuore dei fans.

Per spezzare una lancia in loro favore bisogna dire che, in quegli anni, non furono i soli ad andare verso quella direzione: i Saxon fecero praticamente lo stesso con l’album Destiny del 1988, il brano ‘Turbo’ dei Judas Priest del 1986 lasciò inizialmente perplessi, così come il singolo ‘Can I Play With Madness’ degli Iron Maiden del 1988. Pezzi che oggi non mancano dalle scalette live di entrambi i gruppi, perché suonati ‘più tosti’ rispetto agli originali e perché rivalutati negli anni, così come in seguito è stato rivalutato anche ‘Eat The Heat’.

Poi il ritorno di Udo, l’uscita di ‘Objection Overruled’ nel 1993, un altro album storico, e dei successivi ‘Death Row’ nel 1994 e ‘Predator’ nel 1996, che dissero un po’ meno, e poi via: scioglimenti e reunion, con Udo che andava e veniva ma sempre più indirizzato alla sua carriera personale.

La svolta avvenne nel 2009, quando gli Accept decisero di riunirsi sostituendo, in via definitiva, il folletto cantante. Scelta non facile visto l’alto carisma del singers e la sua forte personalità come frontman, elementi che distinguevano indiscutibilmente, insieme alla particolare ugola, lo stile del combo e ritenuti indispensabili fino ad allora.

La scelta cadde su Mark Tornillo dei TT Quick, cantante americano dalla forte aggressività e dotato di un buon timbro vocale, una via di mezzo tra l’irruenza di Udo e la sfrontatezza di Brian Johnson degli AC/DC, che dimostrò presto di essere una nuova arma vincente, riuscendo a convincere i fans, tanto che oggi può dirsi il cantante degli Accept e non più il solo sostituto di Udo.

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I ‘nuoviAccept incisero tre album: ‘Blood Of The Nations’ nel 2010, ‘Stalingrad (Brothers In Death)’ nel 2012 e ‘Blind Rage’ nel 2014, più il live ‘Restless and Live (Blind Rage – Live in Europe)’ uscito quest’anno. Ora è la volta di ‘The Rise Of Chaos’, pubblicato il 04/08/2017 via Nuclear Blast.

La differenza fondamentale è la nuova formazione: gli storici Stefan Schwarzmann e Herman Frank, presenti ancora su ‘Blind Rage’, sono stati sostituiti, rispettivamente, da Christopher Williams (Blackfoot, War Within) e Uwe Lulis (Giftwarf, Grave Digger, Hawaii) che si erano fatti conoscere nel già citato Live.

Per il resto è un disco targato Accept al cento per cento, senza tanti fronzoli, suonato egregiamente, con la peculiarità di essere diretto, con partiture in cui è favorita, essenzialmente, la struttura lineare ‘strofa – contro strofa – refrain – bridge – assolo - ripresa’.

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Il collaudato motore da carro armato ‘Tornillo - Wolf Hoffmann – Peter Baltes’ gira a buoni regimi, esprimendo dinamiche variabili nei dieci pezzi che compongono l’album, per una durata totale di poco più di quarantasei minuti. L’opera è basata principalmente su episodi veloci, non smodati come nell’album ‘Restless And Wild’ ma comunque dotati di un buon tiro, come l’enfatica ‘Die By The Sword’, la pestata ‘The Rise Of Chaos’, che sconfina, per pochi secondi, in un energico ritmo Thrash, la marziale ‘No Regrets’ con le sue melodie ed i cambi di marcia, ‘What’s Done Is Done’ nella quale emerge un lungo assolo intrecciato, l’anthemica ‘Carry The Weight’ e l’incisiva ‘Race To Extinction’.

Tra questi s’intersecano ‘Hole In The Head’, brano potente e stoppato con un buon rallentamento nel refrain ed un trascinante assolo distorto, e l’elettrica ‘Koolaid’, che rimanda lievemente agli AC/DC e dove Peter Baltes sostiene le strofe con il suo personale modo di dare energia al basso. ‘Analog Man’ alterna la rabbia ad un trascinante refrain rock’n’roll mentre ‘Worlds Colliding’ presenta una tessitura melodica un po’ diversa dal resto, infondendo un senso quasi tragico.

Mancano i grandi cori anthemici e le ballate tragiche e passionali tipiche del repertorio Accept, ma, per il resto, l’album gronda metallo fuso da tutti i solchi.

Pregevole è la prova vocale di Mike Tornillo, molto a suo agio con i pezzi, composti per dar sfogo a tutte le sue capacità ed alla sua anima di incontrastato Rocker. I nuovi entrati si affiancano bene ai veterani (non che loro non lo siano, semplicemente suonavano in altre band), dando alle tracce un corpo unico, solido ed energico: in parole più semplici, gli Accept suonano alla grande.

Certo ‘The Rise Of Chaos’, pur essendo il risultato di passione ed esperienza, non è confrontabile con i grandi capolavori del passato degli Accept, avendo caratteristiche più conservative che non evolutive. Va comunque a completare più che degnamente la loro discografia e va preso per quello che è: un album di vero Heavy Metal.         

 
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