Recensione: The Sachem's Tales

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Ad occhi chiusi, a pugni stretti, a cuore aperto. Il respiro si è adagiato su un soffice tappeto d’erba, mentre l’udito cattura un tuono in lontananza, è il temporale che giunge, è la musica che espira. Una foglia lentamente accarezza una palpebra, una goccia di pioggia risveglia i sensi sopiti da una vita di plastica: è l’istante nel quale un bosco fantasioso prende il sopravvento abbracciando in tutto e per tutto l’anima.

Nel luogo fatato, senza tempo né teorie, ha così inizio una fiaba che affonda le proprie radici nel black metal traendo ispirazione da miti e leggende del passato.

L’antico demone Dzö-nga, partorito sull’Himalaya, si è affacciato sul mondo reale l’anno scorso sotto forma di musica. Grazie a Cryvas, polistrumentista americano, il mostro ha esordito con l’album “Five Treasures Of Snow” dando voce alle native vette silenziose legando il metal più scuro a suoni più delicati. Spinto dalla curiosità e dalla voglia di stupire, il demone è tornato: in compagnia della musa Grushenka Ødegård, la voce femminile, e di Aaron Maloney (ex This Or The Apocalypse) alla batteria, ci svela la sua nuova creazione chiamata "The Sachem’s Tales".

É dal temporale di ‘Midewiwin Lodge’ che tutto ha inizio: due minuti di melodia autunnale nei quali sembra di inseguire a piedi nudi un lupo impaurito, trasportati dalla delicatezza di arpeggi acustici e luminescenze d’archi. Ascoltare questo disco non è come leggere un libro, non è come riflettere l’immaginazione, è una favola che cresce all’interno del proprio io e che prolifera senza il minimo controllo.

Un pianoforte accompagna i primi passi in questo mondo incantato nel quale la luce del sole ha il sapore del miele e la voce di Grushenka Ødegård, mentre la notte spezza i rami della beatitudine con le urla laceranti di Cryvas. Un incessante avvicendarsi del bene e del male provoca continue intermittenze luminose sulle quali prende forma ‘To The Great Salt Water’ caratterizzata da melodie folk attraversate da sfuriate black che rapiscono il nubifragio portandolo lontano.

Nel bosco si percepiscono sentori che profumano di Ulver, di Agalloch e di Solstafir, malgrado la terra fangosa emani quel tanfo tipico dei primordiali blackster nordici che circonda le note rabbiose di ‘The Wolves Fell Quiet’. Un brano nervoso e tagliente in cui la collera indomabile si placa sui morbidi dislivelli di un pianoforte per poi riprendere a scalpitare come un puledro punto da un ape. La natura ritrova sempre il proprio equilibrio in un fiore che sboccia e nel canto degli uccelli che apre la sognante ‘Halle Ravine’: raffinata visione di splendide fate protettrici di sogni, ricamatrici di sorrisi, e custodi di armonie pacifiche in cui fluttua la vita dei bambini.

Ma anche nelle fiabe avvengono cambi di stato ed ecco che si cresce, si diventa grandi per affrontare le paure portate dal ghigno del vento. ‘Against The Northern Wind’ è la trasposizione immaginaria di una corsa controvento caratterizzata da una tormenta di suoni gelati composti da chitarre affilate e ritmi tormentosi nei quali si evolve lentamente un disegno melodico che si completa con eleganti sfumature d’organo.

La varietà di questo ecosistema immaginario è sorprendente quanto la straripante ‘A Seventh Age Of Fire’: un coito divino tra acqua e fuoco dove epiche atmosfere fanno da cornice a continui capovolgimenti sonori. Violenza e amore si violentano a colpi di chitarre, violini e pianoforte su un letto di ritmiche brutali che bruciano i confini di un mondo tanto affascinante quanto intenso.

L’acustica e folkeggiante ‘The Witching Meadow’ è il poetico epilogo di una fiaba che non si lega alla memoria ma, come un’edera, continua a crescere dentro ognuno di noi ricoprendo il nostro subconscio di magia orchestrale.

D’ora in poi basterà chiudere gli occhi per vedere l’imponente Dzö-nga guardare l’infinito dall’alto della sua montagna a protezione della nostra sconfinata ed eterna immaginazione.

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