Recensione: The Satanist

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Febbraio 2014: decimo capitolo della saga Behemoth e secondo lavoro per la label Nuclear Blast, colosso assoluto della musica metal. Dopo le vicende legate ai problemi di salute di Nergal, per fortuna solo un ricordo, tutti i seguaci della band polacca (e non solo) aspettavano da molto il ritorno in scena di uno dei fenomeni più acclamati dell’intero panorama estremo. E i Nostri si presentano all’appuntamento con l’eloquente titolo “The Satanist”, in segno di profondo rispetto da parte della band e del leader in particolare nei confronti del suo ‘credo’.

I quattro si trovano a proseguire il proprio cammino lasciando nei ricordi più remoti quello ‘Sventevith’ ormai alla soglia dei venti anni, e allo stesso tempo quell’’Evangelion’, (pen)ultimo capitolo dell’evidente cambio di rotta (e di programma) dal black metal degli anni ‘90 al death metal del nuovo millennio. In questo lasso di tempo e nel passaggio di testimone tra i ‘generi’, la band non ha mai tradito la sete dei suoi adepti, proponendo sempre e comunque dischi di altissima qualità. Dopo cinque anni e le varie vicende personali quale sarà la proposta della band con il nuovo album?

Partiamo con la produzione superba, dove i background e le parti sinfoniche che permeano il ‘nuovo’ stile della band vengono fuori in maniera massiccia ed evidente; neanche una virgola risulta messa fuori posto, tutto gira alla perfezione, ma questo è cosa scontata, considerando il nome e la caratura della band e l’etichetta in questione. Addentrandoci nella musica quel che appare ovvio è l’ormai solito Nergal, valore aggiunto non solo sotto il profilo carismatico, ma soprattutto dal punto di vista vocale. Perché il suo stile è la vera e propria arma in più della band, e lui cerca di sfruttare questo dono in maniera eccelsa per tutto il disco, riuscendo a rendere il sound drammatico e inerente alla causa in ogni sua sfumatura.

Per quanto riguarda il lato prettamente musicale il materiale che compone “The Satanist” è senz’altro di ottima fattura, anche se in alcuni momenti risulta abbastanza ‘normale’ considerati gli standard elevati a cui la band ci ha abituato. Il primo ‘singolo’ “Blow Your Trumpets Gabriel” è sommesso e oscuro al punto giusto col suo riff monotono e marziale che cattura l’ascolto non appena il primo ruggito di Nergal prende vita. La tensione sale gradualmente fino all’esplosione, anticipata dagli otto colpi di cassa di Inferno, che lancia la seconda, tirata sezione, in cui gli inserti del coro in sottofondo arricchiscono il brano in quanto a colori e armonia. Sappiamo quanto l’etichetta punti sulla band più famosa della Polonia, per la quale non ha badato a spese per il relativo video, superlativo e accattivante, ottima anteprima per questo atteso ritorno in pista.

Diverso discorso per “Furor Divinus”, sul quale Inferno dimostra di essere pur sempre fedele al suo drumming killer, rullando e macinando su tamburi e piatti in maniera ossessiva, tenendo in gioco il resto della band, che riesce a professare ancora la sua fede per gli ambiti black metal, che torneranno spesso nel resto del disco sotto nuove sembianze rispetto al passato. Un brano che dal vivo accenderà gli animi dei fan di prima e ultima generazione. “Messe Noire” alterna sezioni devastanti ad altre più tranquille il cui l’andamento è regolato da una sorta d’incedere massiccio e ossessivo. Il lato chitarristico non sempre ci lascia con l’acquolina in bocca, sia in fase di riffing che nel solo di chitarra finale. “Ora Pro Nobis Lucifer” è il secondo brano dato in pasto ai fan dalla label e, non casualmente, tra quelli più ‘orecchiabili’ dell’intero disco. Scorre via senza troppo ferire, anch’esso con un riffing e una struttura non particolarmente esaltanti; un buon cambio di tempo che introduce una sezione slow/medium e ben poco di estremo se non la ‘solita’ voce di Nergal.

Il successivo “Amen” pareggia i conti, soprattutto nella prima parte, dove la doppia cassa del drummer impazzito si staglia contro la linea melodica della chitarra, lasciando strada libera per il solito Nergal, in continuo crescendo a mano a mano che si va avanti con l’ascolto, sorprendendoci continuamente con la sua ugola e la sua tempra d’acciaio brano dopo brano. Cosa che invece non fa la title-track, che lascia ancora qualche perplessità, soprattutto per il suo andamento da ‘facile ascolto’, nonostante i tappeti e i background sinfonici siano degni di nota. Abbastanza monotona e con accordi piuttosto scontati e prevedibili, così come la linea melodica della voce che si esprime su un arpeggio di chitarra, ci conduce verso quello che risulta un vero e proprio ritornello. La seconda sezione e il finale rimettono (in parte) in sesto il brano, che scivola via su un solo di chitarra sotto il quale Inferno macina pietre.

Altro discorso “Ben Sahar”, che rimette in carreggiata la band, soprattutto grazie alle intriganti atmosfere, capaci di condurre la mente a esplorare nuovi ambiti sonori e timbrici, che raggiungeranno l’apice nella successiva “In the Absence ov Light”, a mio avviso tra i migliori brani del disco. Dimenandosi tra un incessante delirio iniziale, con tanto di ottimi tempi dispari in una sorta di vortice impazzito, e una sezione declamata in cui la chitarra acustica e una sorta di ciaramella a fare da cornice, spingono l’ascolto a un totale rilassamento per poi azzannarci improvvisamente alla gola. Il finale, apparentemente superficiale, viene sorretto da una sinistra chitarra e un ritmo semplice ma malefico al punto giusto. I cori epici di “O Father O Satan O Sun“ e il suo andamento ‘scorrevole‘ si alternano alla sezione spaccatutto, prima di placarsi nuovamente e condurci a quello che è l‘epilogo di questa nuova fatica dei Behemoth, dove Nergal declama la sua rabbia a mò di litania.

Nel complesso “The Satanist“ è un signor album che alterna delle vere e proprie gemme a brani meno incisivi, non tanto sotto il profilo generale quanto sotto quello ritmico e chitarristico, risultando più ‘leggero’ rispetto agli album precedenti. Sembra quasi che Inferno sia stato costretto a mettere il freno a mano, e la cosa sorprendente è che le parti chitarristiche in fase di riffing non sono killer come in passato, almeno per buona metà del disco, e i soli di chitarra, scontati, si lasciano facilmente ‘comprendere‘ a primo ascolto.

La domanda sorge spontanea: che le sezioni declamate ‘senza tempo’ e i continui tappeti sinfonici siano state inserite per compensare la poca creatività nelle sei corde o semplicemente per indicare un nuovo cambio di rotta? Solo col tempo riusciremo ad avere le dovute risposte. Rispetto ai dischi precedenti pare si voglia a tutti i costi rendere il suono della band ‘diverso‘, ma quasi a tavolino, con i brani che sembrano assemblati all’occorrenza anziché fluire in maniera naturale. Non è una presa di posizione ma chi ha alle spalle venti anni di Behemoth capirà cosa intendo, per chi li ha scoperti solo da poco non resta che godere appieno di questo nuovo disco. In ogni caso complimenti a questa grandissima band e soprattutto a una delle voci più interessanti dell’immenso e complesso universo estremo.

Vittorio “versus” Sabelli
 

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