Recensione: The Shadow Theory

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Dodicesimo album in studio per i blasonati Kamelot, terzo con Tommy Karevik al microfono e primo con il nuovo drummer trentenne Johan Nunez (Firewind, ex-Nightrage). Come da tradizione del combo statunitense, The Shadow Theory è un concept album: le liriche non narrano una storia vera e propria, ma c’è un tema di fondo che unifica il disco, definito da Youngblood “a psychological journey through the complexity of the Human Mind”. La teoria dell’ombra è la metafora attraverso la quale il gruppo americano vuole indagare l’assetto tecnocratico e anaffettivo del mondo attuale, tema molto frequentato in ambito metal (superata l’infatuazione per le divagazioni apocalittiche nel 2012). Per certi versi la weltanschauung di fondo – l’alienazione, lo spossessamento di sé, un futuro distopico – è lo stesso cantato dai cugini Epica, ma i Kamelot puntano sempre su una maggiore fruibilità d’ascolto e così abbiamo un artwork accattivante (opera di Stefan Heilemann, attivo anche con Xandria, Luca Turilli’s Rhapsody e la band di Simone Simons) che raffigura una figura femminile dal corpo frammentato con una curiosa serratura nel petto. Si tratta dalla Shadow Key, il nucleo di resilienza insito in ogni animo umano che deve infrangere il velo di Maya (Shadow Wall) ordito dall’impero corporativo dell’ombra per dominare la mente degli uomini nel nuovo millennio e deprivarli dell’autodeterminazione che unica conduce alla felicità. Insomma ritorna il concetto di ombra e cospirazione, ma in modo, potremmo dire, stucchevole.

Immancabile un intro cinematico capace di immergere subito l’ascoltatore nel mondo oscuro fatto di ombre e melodia. L’opener “Phantom Divine (Shadow Empire)” attacca con una doppia cassa chirurgica e le immancabili cadenze targate Kamelot, proponendo il consolidato sound power metal con un tocco di gothic e gli accordi abrasivi della 7-corde di Youngblood. Il refrain non è troppo originale, ma Karevik si conferma in un ottimo stato di salute (così come nel live degli Ayreon). L’ospite bifronte Lauren Hart (cantante in clean e in growl) dona il tocco in più imprescindibile in un album dei nostri. “Ravenlight” è un brano composto e arrangiato dal singer dei Seventh Wonder, un pezzo senza infamia e senza lode, con un doppio assolo ravvicinato di chitarra e tastiera. Sempre il vocalist parla di “Amnesiac” come di una song vicina per certi versi a “Insomnia” (canzone di Haven) ma con un killer chorus pensato per la riproposizione in sede live. Il cantante è esagerato e di parte, però il ritornello dopo pochi ascolti resta impresso in mente, con i suoi acuti ficcanti. Seconda traccia per minutaggio, “Burns to Embrace” compone un dittico concettuale con la conclusiva “The Proud and the Broken”. Si affronta il tema della spietatezza corporativa dal punto di vista dei membri dello Shadow Empire, che si rendono conto delle proprie colpe solo finendo all’Inferno. Belli gl’inserti di cornamusa nei primi minuti, le ritmiche dropped sono un macigno che rende mimeticamente i temi delle liriche, convincono meno le voci bianche dei children of the Earth, i vinti innocenti del concept. In sostanza una delle canzoni più rappresentative del disco, che suona equidistante da Nightwish ed Epica.
A metà album “In Twilight Hours”, pezzo incentrato sul dolore del rimo rso, è una ballad ariosa ma senza particolari highlight. La voce della bella Jennifer Haben è sicuramente talentuosa, ma non lascia il segno in un album che continua a procedere su binari abbastanza prevedibili.Le “very reflecting lyrics” (parole di Karevik) in “Kevlar Skin” trattano della paura di amare, di aprirsi all’alterità, di qui il titolo (di singolare cattivo gusto). Salviamo solo l’assolo di Palotai, acido e tecnico al punto giusto. “Static”  rialza in parte il livello del platter, con tanta melodia e meno doppia cassa, mettendo in musica un elogio dell’imperfezione.“Mind Fall Remedy” è un inno al recede in te ipse, alla riv endicazione della possibilità di plasmare il proprio potenziale. Il growl di Lauren Hart graffia ma inquieta nella sua cattiveria.Siamo agli ultimi tre brani in scaletta. “Stories Unheard” affronta il tema inflazionato della caducità umana e lo fa in modo discreto, con tanto di inserti acustici e un ispirato Youngblood in fase solistica. Parto della mente del chitarrista, coadiuvato da Palotai, è “Vespertine (My Crimson Bride)”, brano più power-oriented, quadrato e diretto. Un ottimo trampolino per la finale “The Proud and the Broken”, composizione da sei minuti che strizza l’occhio al prog. e vede l’aggiunta delle harsh vocals di Sascha Paeth. Compare infine il tema dello Shadow Wall, la cortina d’inconsapevolezza e oblio che nasconde alla coscienza umana la realtà dei limiti imposti dallo Shadow Empire. Questa volta il punto di vista è quello dei children of the Earth “The next generation that inherited nothing but dust and ashes.” (La generazione ventura che non ha ereditato nulla se non sabbia e ceneri.) Un pezzo tra i più emblematici del full-length nel bene e nel male.La strumentale “Ministrium (Shadow Key)” è giusto la sigla dei titoli di coda, un po’ come fatto dagli Angra di Ømni. In definitiva un album che guadagna la sufficienza, ma con poco mordente, produzione discreta, ma concept scontato e poca longevità d’ascolto. Sembra che i Kamelot abbiano voluto pubblicare il solito album di routine a scadenza regolare, senza picchi creativi. Ci sta, comunque, stiamo parlando di una band attiva da quasi tre decenni… chi non vuole accontentarsi, invece, può evitare l’acquisto e sperare in una prossima uscita.

p.s. Nel bonus disk di The Shadow Theory sono contenute sei delle tracce in versione strumentale (ma va ancora di moda?) e una bonus track passabile, “The Last Day of Sunlight”.

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanhys)

 

 
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