Recensione: The Sign of Faith

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In un 2017 abbastanza generoso in quanto a debut degni di nota, annoveriamo anche “The Sign of Faith” lavoro autoprodotto degli ucraini Ignea. La giovane band, precedentemente nota come “Parallax”, è dedita ad un symphonic metal con influenze orientali stile Orphaned Land. Il cantato di Helle Bogdanova spazia agilmente dal melodico ad un discreto growl mentre le orchestrazioni sono opera del tastierista Evgeny Zhitnyuk; entrambi classe 1991. Non è casuale l’accostamento alla band israeliana sopracitata; come già ben chiaro dal titolo del disco, uno tra i temi maggiormente trattati dagli Ignea è quello religioso, in un’ottica pacifista e critica verso i fenomeni di estremismo di ogni credo. 
L’opener di “The Sign of Faith” riprende proprio questo fil rouge, con un titolo provocatorio e diretto, pensato in principio come titolo dell'intero full-length ma poi scartato: “Şeytanu Akbar” (Satana è grande in arabo), un vero e proprio grido di sfida e denuncia contro il terrorismo islamico. Il brano è straniante e surreale, con un delay sul pulito che sfocia nel rabbioso chorus. Anche il lyric video ispirato al surrealismo di Salvador Dalì “in salsa orientale” è davvero degno di nota.
Restiamo proprio sul tema dei video, oggi tra i principali strumenti di promozione per le band emergenti che intendono superare i confini nazionali: gli Ignea costituiscono un esempio particolarmente virtuoso, con il singolo “Alga” pubblicato il 22 novembre 2015 che ha ampiamente superato i 2,5 milioni di visualizzazioni su Youtube. Il brano è convincente, con un’intro orchestrale in crescendo che prelude ad un brano dolcemente anthemico: “Alga” nella lingua dei Tatari di Crimea significa infatti avanti, e le liriche parlano proprio di ribellione contro in una terra ancora aspramente contesa.
Sempre su melodie mediorientali segnaliamo la potente “Alexandria”, ispirata alla leggendaria biblioteca di Alessandria d’Egitto, la più poetica “Perthicor” (petricore in italiano), ossia il profumo di pioggia sulla terra asciutta, definito come l’odore degli dei. Buona anche “Halves Rapture”, con un riffing moderno ben amalgamato alle influenze etniche del disco. Sempre molto curate le parti orchestrali, tanto che in alcuni passaggi sembra di ascoltare la OST di un film.
Parlando di ballad, laddove “Theatre of Denial”, sempre sul tema della perdita della fede, non colpisce appieno nel segno, sorprende invece “How I Hate the Night”, brano più intimista ed onirico, che grazie ai suoi ottimi arrangiamenti orchestrali e ad un’ottima interpretazione di Helle ci porta a contare pecore elettriche (citazione a Philip K. Dick?) nel profondo della notte.
Lodevole anche la chiusura del disco, che prima dell’outro orchestrale “Sputnik (Xes Dreams Version)” che cita l’omonimo EP del 2013, ci presenta la cover di un imprevedibile brano elettronico: “Leviathan” (Ultra Sheriff), che su “The Sign of Faith” appare trasfigurato e pesantemente “metallizzato” con chitarre e doppia cassa, senza tuttavia perdere del tutto la sua identità grazie alle tastiere del mastermind Evgeny, qui al lavoro anche sul growl delle liriche. Molto buona la produzione del disco, non eccessivamente pulita ma ben bilanciata, compito non facile considerata la complessità strutturale dei brani.

Il debut “The Sign of Faith” degli ucraini Ignea ci presenta una band con una personalità già ben definita e matura, capace di conferire il giusto spessore ai pezzi senza cadere negli stereotipi di genere e con liriche ben ancorate a tematiche contemporanee di conflitto religioso ed intolleranza, tra metal sinfonico e pesanti influenze mediorientali.


Luca “Montsteen” Montini

 
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