Recensione: The Six Elements, Vol. 2 Water

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Puntuale come un orologio svizzero, a rispettare la folle e stakanovistica scaletta di un album ogni sei mesi, ecco il nuovo capitolo dell’esalogia sugli elementi a firma Dawn of the Dark Age. Dopo la terra, protagonista del primo disco, questa volta tocca all’acqua.

Avevamo già sottolineato nella recensione del primo CD come dietro al nome di Eurynomos si celi Vittorio Sabelli, apprezzatissimo membro della redazione di TrueMetal.it, ma lo ripeteremo qui. Così come lo ripeteremo in ogni futura recensione dei Dawn of the Dark Age, al fine di sgombrare il campo da qualsiasi sospetto di favoreggiamento occulto. Ovviamente avremmo potuto evitare di recensire questi dischi additando una sorta di ovvio “conflitto d’interessi”, ma la qualità degli stessi ci ha convinti (come già abbiamo avuto modo di verificare con “Earth”, miglior disco del 2014 secondo molte riviste europee) del fatto che sarebbe stato oggettivamente difficile riuscire a criticare in alcun modo le nostre parole di elogio.

Un’altra cosa che avevamo approfondito nel corso della prima recensione e di cui parleremo anche in questa occasione, è il background di Eurynomos, fatto di conservatorio, musica classica e, soprattutto, jazz. Se nel caso di “Earth” questo curriculum poteva essere soprattutto una curiosità, capace di generare le classiche domande del tipo: ma come ha fatto a passare dal jazz al black metal? e solo in poche occasioni emergeva tutto il bagaglio culturale in ambito musicale dell’autore, con pochi e brevi passaggi dodecafonici o cacofonici che riportavano alla mente Penderecki e Vacchi, questa volta le cose son ben diverse.
“Water” è molto più simile a quanto speravamo e ci aspettavamo quando Eurynomos ci ha parlato per la prima volta del suo progetto musicale. Cioè una maggiore e più completa commistione tra raw black metal, musica classica, sinfonica, musica da camera e jazz. L’impressione è che anche lui, dopo i primi passi, straordinari ma pur sempre ancora un po’ indecisi, ci abbia preso decisamente le misure e si sia messo letteralmente a correre. Il black metal è ancora la parte principale di ogni brano, l’anima nera che li fa nascere e li sostiene come fondamenta, ma tutto il resto non è più solo un accenno qui e un accenno là. Tutti gli ingredienti di cui parlavamo compaiono ormai in ogni pezzo, sapientemente dosati per integrarsi al meglio nella struttura, andando ad arricchire di sonorità e suggestioni ogni canzone. Ciò che impressiona, soprattutto, è come, pur appartenendo a scuole musicali diverse, tutti questi elementi contribuiscano a creare un unicum genuinamente black, malsano, oppressivo e inquietante, senza possibilità che vengano percepiti come corpi estranei alla melodia.
Qualche assaggio lo avevamo avuto già con il primo capitolo “Earth”, in cui avevamo visto come i passaggi dodecafonici con violini e archi apparentemente stonati e stridenti coincidevano perfettamente con le atmosfere del black. Non a caso i componimenti di Penderecki, uno dei massimi esponenti di questa corrente musicale, sono stati spesso utilizzati come colonne sonore, ad esempio in un film come “L’Esorcista”. Non che fosse semplice, ovviamente, inserire componimenti simili in una canzone metal (altrimenti ci avrebbe già pensato e provato qualcun altro, probabilmente), ma in questo caso, almeno, vi erano già alla base sonorità inquietanti e disturbanti, che ben si sposano con l’essenza del messaggio e della musica black-metal.
Ma con “Water”, Eurynomos non si è fermato a quanto già fatto ed è andato oltre. Ancora adesso mentre sto scrivendo, fatico a credere alle mie stesse parole. Come è possibile infilare il sax in un brano black e a non farlo risultare fuori contesto? In realtà basterebbe ascoltare “Otzuni (The Black City in Abulia)” per capirlo perfettamente, ma esprimerlo digitando su una tastiera non è esattamente la stessa cosa.

Per concludere, anche se siamo solo nei primi mesi dell’anno, credo di poter affermare di avere già tra le mani una delle migliori uscite dell’anno in ambito black. Avevamo qualche velato timore che una scaletta di uscite così ravvicinate (una ogni 6 mesi) potesse in qualche modo minare la qualità dei singoli dischi, ma a giudicare da questo “Water” sembra che sia l’esatto contrario. Se già “Earth” era un gran disco, qui si sono fatti ulteriori passi in avanti. Al pensiero che tra altri 6 mesi ci sarà un ulteriore capitolo, già viene l’acquolina in bocca. Se il grado di progressione rimane questo, non riusciamo davvero a immaginare dove possa arrivare.

Alex “Engash-Krul” Calvi

 
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