Recensione: The Sixth

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Sono in giro da 11 anni, ma nel caso non gli aveste mai sentiti non fatevene una colpa. Due dozzine di frustate invece per chi non ascolterà il loro nuovo album intitolato The Sixth, che come ovviamente suggerisce il titolo rappresenta il sesto lavoro della band tedesca. Stiamo parlando di black metal, ma tutt’altro che tradizionale. In questo preciso momento, tre quarti di voi staranno pensando che si tratti di una ignobile scusa per farvi andare avanti a leggere, ma abbiate fiducia e pigiate il tasto play. Basteranno pochissimi minuti, nemmeno il tempo di lasciare che la opener Sonnen giunga alle noti finali, che vi ritroverete in perfetta sintonia con il sottoscritto, adorando i Thormesis. Il trio tedesco ha infatti affinato ed evoluto un sound molto personale, in grado di unire la violenza del black tradizionale sia ad un’impronta melodica che a quella sinfonica, in quest’ultimo caso ottimamente supportato dall’utilizzo di pianoforte e tastiere. E’ proprio questa costante diatriba emozionale che accelera il processo di affezione verso un sound che non rinnega le proprie radici oscure, ma che si trasforma e muta strofa dopo strofa, senza abusare di sonorità troppo grezze, pur mantenendo i toni delle chitarre molto acuti e graffianti.

 

Siamo letteralmente investiti dal trittico Thy Morbid Drunken Ways, Chor Der Toten, Zeichen Zum Grund, il quale da solo basterebbe a sistemare l’intero album là nello scaffale dei dischi da tenere in costante rotazione nella nostra playlist. Ma fortunatamente abbiamo a che fare con un buon quarto d’ora di metallo pesante, sapientemente battuto da un martello incandescente, dove ogni scintilla arricchisce un disegno più grande e sorprendente di quanto ci saremmo mai aspettati, perlomeno da una band giunta al sesto capitolo della propria esistenza. I Thormesis riescono a trasferire il concetto di melodia all’interno di un polverone che non perde mai la propria strada, sorretto da sfuriate veloci figlie di un canonico black graffiante ad aperture melodiche che si mettono al servizio di un umore di fondo prettamente malinconico. Il blast beat non è affatto abusato e questo è un altro punto importante di una tessitura che riesce a far apprezzare più del solito quelle parti in cui ci si getta a picco nell’abisso oscuro, guidati soltanto da una voce tagliente immolata per il male supremo.

 

The Sixth non è un disco che viene semplicemente ascoltato, ma vissuto. I suoi brani non si succedono gli uni agli altri, ma fanno in realtà parte di uno sfondo circolare che ci stringe sempre di più verso la stretta finale, quella composta da One Last Tear For Every Burned Soul e la conclusiva Deadened Skies, atto finale che spegne ogni speranza di proseguire oltre, lasciandosi mestamente andare sulle note di un delicato e inesorabile pianoforte. I Thormesis non sono sbucati dal nulla, ma The Sixth è passato ingiustamente troppo in sordina rispetto a quello che invece è in grado di offrire ad un ascoltatore. Che amiate il black metal o preferiate sonorità meno estreme, su quest’album troverete quella che viene comunemente definita ottima musica. Il sound risulta inoltre abbastanza ordinato da non far perdere la violenza ritmica e non mettere in secondo piano quel continuo sguardo verso atmosfere cupe che permettono a The Sixth di avere un’identità differente e molto più personale rispetto a gran parte di prodotti simili o – a modo loro – analoghi a questo. Se siete arrivati fin qui, avete preso il bivio giusto, se la strada scelta sarà stata un’altra, avrete perso qualcosa di malignamente trionfante.

 

 

 

Brani chiave: Thy Morbid Drunken Ways / Chor Der Toten / Zeichen Zum Grund

 
85