Recensione: The Swan Road

Di Giorgio Vicentini - 22 Settembre 2005 - 0:00
The Swan Road
Band: Drudkh
Etichetta:
Genere:
Anno: 2005
Nazione:
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78

Era dai tempi dedicati agli ultimi ascolti del precedente Autumn Aurora che attendevo al varco i Drudkh, band tanto underground quanto nota, side project dei defunti Hate Forest ed autrice di un black metal intimo dal sentore tipico delle terre dell’est.

Vorrei proprio partire dal precedente lavoro per parlare compiutamente del nuovo, pertanto è necessaria una precisazione: non aspettatevi un nuovo Autumn Aurora. The Swan Road appare immediatamente diverso, veloce come nel caso di “Eternal Sun”, oltre che fortemente elettrico. Non si tratta di un altro album dal piglio acustico prevalente e proprio per questo, potrà sembrare meno emozionante al cospetto dell’eccezionale potere introspettivo del suo predecessore…quasi deludente.

Facendo invece un atto di fede, si troverà il coraggio di sbirciare sotto la veste attuale per trovarvi ancora una volta l’immutata essenza della band, capace di scrivere musica dal sapore lontano, frutto delle sue origini che permeano i passaggi di “Fate” e che escono allo scoperto lungo i fraseggi estremi o quelli più leggeri ed acustici. Avendo pazienza ed ascoltando questo disco senza pregiudizi, ci si potrà innamorare della classe di “The Prince of Freedom” e del suo finale ispirato, si coglierà ancora una volta la malinconia di fondo che pervade ogni composizione degli ucraini (“Blood”), che bagnano con importanti dosi di classe ed estrema personalità ogni minuto del loro esprimersi.

The Swan Road non si dimentica mai del gusto per i passaggi evocativi dall’eccellente sapore melodico, liberato in numerosi assoli e duetti tra le chitarre che denotano la completezza e l’apprezzabile estro dei musicisti. A mio parere, si dimostra più che pregevole il cantato, sinistramente azzeccata tanto quanto ideale per lo scopo, vocals fuori dai canoni dello scream usuale al quale è preferito uno strillo rauco e rabbioso che potrebbe non piacere a tutti. Interessante il suono, di base freddo ma pronto a riscaldarsi al comparire delle aperture di chitarra classica colme di forza figurativa, aprendo spesso i brani a ulteriori visioni.

Che la band abbia un fascino naturale è quasi indiscutibile e se non ve ne foste accorti basterà prestare attenzione all’artwork sognante, triste e romantico della copertina, leggendo i titoli tradotti anche in inglese del retro cd e stampati su uno scorcio autunnale dai colori caldi, sfogliando poi il booklet denso di fiero e sentito orgoglio per le proprie origini. 
Ascoltando i Drudkh credo sia impossibile non percepire l’atmosfera unica di ogni loro lavoro, un forte profumo di “tradizionale” e di “etnico” che li rende capaci di ricreare sensazioni d’altri tempi, adottando qualche accorgimento banale come le campane di “ 1648 ”. Capitolo a parte per la conclusiva “Song Of Such Destruction”, recitazione musicata di una poesia di Taras Schevchenko, abbastanza difficile da apprezzare per il sottoscritto, poco propenso ad escursioni tanto folk.

Se la Norvegia del black metal scivola da parecchio tempo su band sempre più superflue, ormai è chiaro che non c’è di che disperare, basta raccogliere le proprie cose e spostarsi verso est, seguendo il richiamo naturale, lo stesso che guida la migrazione degli uccelli di Lebedynyy Shlyakh, The Swan Road

Tracklist:
01. 1648
02. Eternal Sun
03. Blood
04. Glare Of 1768
05. The Price Of Freedom
06. Fate
07. Song Of Such Destruction

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