Recensione: The Tower

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È sempre con una discreta dose di curiosità che ci si avvicina ad un'uscita targata Season Of Mist, label che da sempre si distingue per il suo gusto nel scegliere per il suo rooster band originali e volte alla ricerca sonora. Arcturus, Solefald, Cynic e Kylesa sono solo alcuni dei nomi legati ad una label che, nel corso degli anni, è cresciuta sempre di più.

Ora è la volta dei Vulture Industries, cinque norvegesi di stanza a Bergen che si distinguono sin dal modo di apporsi, per un approccio decadente e molto teatrale. I nostri, col The Tower di cui oggi andiamo ad occuparci, sono giunti al terzo disco di studio e portano avanti, oltre all'immagine da nobili decaduti, anche una proposta musicale indiscutibilmente eccentrica.

Fari oscuri di tale proposta sono sostanzialmente due: Gli Arcturus (soprattutto quelli della Mascherata) e i Solefald più armonici. È impossibile non notare nel cantato di Bjørnar Erevik Nilsen, che irrompe già nei primissimi secondi del disco, le ombre del Krystofer Rygg d'annata, baritonale e potente, eppure strascicato secondo lo stile tipico di Lars Nedland. A supporto del nostro viene una musica altrettanto originale, indiscutibilmente figlia delle medesime band testé citate, sebbene reinterpretata con discreta personalità e fatta di riff rotanti e percussioni molto morigerate (niente blast beat). Ne viene fuori un buon disco, in cui non mancano pezzi pregiati come la drammatica title-track, così come A knife between us o Blood on the trail: due pezzi decisamente particolari, sghembi e foschi che non sfigurerebbero in un Musical di Tim Burton (in primis Sweeny Todd). Ancora, The Hound (assolutamente la migliore) o Sleepwalkers mettono in luce un'altra influenza assai oscura, sebbene non prettamente metal, vale a dire Nick Cave, quello più cupo, quello di Murder Ballads o Let Love In.

Ci sarebbero le premesse per un pezzo da novanta, eppure le buone impressioni che spontanee emergono dopo i primi ascolti non si traducono in piacevoli convinzioni man mano che il disco rotea più e più volte sul piatto del lettore. Potrebbe essere dovuto all'eccessiva lunghezza dei brani, fatto sta che questo disco, per quanto buono, non riesce a convincere appieno, rimane vicino alla testa, ma lontano dal cuore.

Sostanzialmente sembra che i nostri abbiano ascoltato tanta buona musica, l'abbiano assimilata perfettamente e siano anche riuscita a farla propria, rielaborandola in una proposta originale, purtuttavia eccessivamente studiata a tavolino. In tutto questo trionfo d'intelletto però il patos puro, il guizzo del folle, per cui la scintilla non scocca e il disco non decolla mai veramente. Piace ma non conquista, incuriosisce ma non ammalia.

Questo può essere il motivo per cui non avevamo ancora sentito parlare delle Vulture Industries. La musica da loro prodotta è effettivamente buona, tuttavia è anche estremamente desiderosa di evadere schemi e categorizzazioni. Un desiderio che, se non supportato dal vero genio, quello delle band citate in apertura ad esempio, da vita a fiaschi epocali ed aborti inenarrabili. Ecco, ai Vulture Industries è andata comunque meglio, dato che sono riusciti a dare alle stampe comunque un prodotto di ottima fattura, anche se non qualcosa che produrrà sconvolgimenti totali nel panorama musicale.

Tiziano Vlkodlak Marasco

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