Recensione: The Tree Of Life

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Gli Orne sono un gruppo progressive rock nato sul finire degli anni novanta per mano di alcuni membri di Reverend Bizarre e Lord Vicar. Il monicker, che sostituisce l’iniziale Mesmer, è un omaggio a uno dei personaggi (il negromante Simon Orne) del racconto “Il Caso Di Charles Dexter Ward” scritto da H. P. Lovecraft. Il progetto in un primo momento prevedeva il coinvolgimento di Clive Jones (Black Widow, Agony Bag), il quale sarebbe dovuto apparire sull’album di debutto “The Conjuration By The Fire” (2006). Tuttavia a causa dei pressanti impegni Jones sarà costretto a declinare l’offerta, suo malgrado. Si dirà comunque entusiasta della musica del combo finnico, in grado di riportarlo con la mente ai tempi della sua band originaria e disponibile a future collaborazioni. Ironia della sorte, il materiale attira le attenzioni della genovese Black Widow Records, etichetta ormai avvezza a questo genere di release, che continua a seguirli anche in occasione del loro secondo full-length: “The Tree Of Life”.

L’Albero della Vita (o Sefirotico), l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, simboli esoterici e quindi elementi legati a cabala, religione, occultismo, fanno da contorno perfetto al cupo ed evocativo progressive dalle tinte hard rock e dall’animo folk degli Orne e sono mirabilmente raffigurati dall’eccellente artwork che adorna il booklet e la bellissima copertina sulla quale si può ammirare Eva tentata dal serpente, quadro del talentuoso pittore Stanhope (che può essere ammirato nella sua interezza, aprendo il libretto). Una release, quindi, rifinita nei minimi dettagli, attraverso una cura quasi maniacale dei particolari. Non a caso, come testimoniano le note, i Nostri hanno trascorso ben due anni in sala di registrazione, prima di ritenersi soddisfatti. Il frutto di questa lunga sessione è un disco molto elaborato, dilatato e dalle atmosfere eterogenee.

Sette tracce, definite i sette rami dell’albero, tutte da scoprire e dagli sviluppi spesso non lineari, come se fossero in costante evoluzione e mutamento. Si passa da ariose sezioni seducenti e voluttuose, ad altre più oscure e intimiste. Pur non possedendo capacità tecniche da virtuosi, infatti, i Nostri, si fanno valere con composizioni che sfoggiano una buona gamma di variazioni e soluzioni differenti (garantite anche dal coinvolgimento di vari strumentisti) che possono essere all’occorrenza dinamiche, eteree o avvolgenti. I gruppi di riferimento, oltre ovviamente ai Black Widow, sono i vari Pink Floyd, Van Der Graaf Generator, King Crimson, Genesis, dai quali hanno ereditato quelle tipiche sonorità leggiadre e armoniose e le strutture ‘in progressione’. Prendiamo per esempio l’affascinante “The Temple Of The Worm”, legata all’introduttivo brano recitato “Angel Eyes”, che dall’alto dei suoi dodici minuti, si dipana in un coinvolgente crescendo emotivo. Oppure i mutevoli movimenti di “Don’t Look Now”, fino al definitivo cambio di pelle nella seconda metà, che ci regala un finale strumentale tipicamente progressive.

Ogni brano, comunque, merita di essere menzionato. La sinuosa “The Return Of The Sorcerer” che più di altre ricorda i Black Widow, in virtù di una melodia simile a una tetra cantilena, che Hynninen rende concreta in occasione del ritornello. Voce, la sua, che ricorda quella di Tony Hill (High Tide), molto bassa e mascolina o, come per quest’ultimo, quella di Jim Morrison (che aleggia su quella specie di litania che apre “I Was Made Upon Waters”). Molto bella poi “Beloved Dead”, sulla falsariga dei lavori degli Uriah Heep sia nella parte iniziale arpeggiata, che sembra una variazione sul tema di “The Wizard”, sia nella parte conclusiva, più strettamente hard rock. Altrettanto legata al rock duro la conclusiva “Sephira”, che si apre con un evocativo intreccio di batteria e (uno dei più rotondi suoni) di basso e poi sfocia in un grasso riff hard che ci accompagna fino alla conclusione, annodandosi al confortante calore del sassofono. Infine, quello che è uno dei migliori episodi dell’album: “I Was Made Upon Waters”, brano dalle reminiscenze ‘zeppeliniane’ e dalla struttura circolare, che ci trasporta in una dimensione immaginifica, grazie anche ai disegni di mellotron sullo sfondo.

“The Tree Of Life” è un album che sarebbe potuto uscire nella terra d’Albione (più che in Finlandia) di fine anni sessanta/primi settanta, pur possedendo la freschezza di un lavoro appena uscito. Davvero un parto artistico di assoluto rilievo per gli Orne (sebbene in un certo senso settoriale), che appare sospeso tra passato e presente. Quello che inizialmente per Kärki e co. doveva essere solo un side-project, potrebbe diventare ben presto un progetto di primaria importanza per loro e, a giudicare dall’attenzione e dal tempo investiti, ne sono già consapevoli.


Orso “Orso80” Comellini

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Tracce:
1. Angel Eyes 3:15
2. The Temple Of The Worm 12:10
3. The Return Of The Sorcerer 7:41
4. Don’t Look Now 8:41
5. Beloved Dead 5:46
6. I Was Made Upon Waters 6:53
7. Sephira 5:22

Durata 50 min. ca.

Formazione:
Sami Albert “Witchfinder” Hynninen – Voce
Kimi Kärki (aka Peter Vicar) – Chitarra, Mellotron
Pekka Pitkälä – Chitarra
Jaakko Pentinen – Basso
Jari Pohjonen (aka Void) – Batteria
Pirkka Leino – Hammond, piano Rhodes
Timo Oksanen – Flauto
Lea Tommola – Sassofono

 
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