Recensione: The Ultimate Demise

Di Stefano Ricetti - 11 Luglio 2007 - 0:00
The Ultimate Demise
Band: Griffin
Etichetta:
Genere:
Anno: 2007
Nazione:
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72

Associata al monicker Griffin, fino a qualche anno fa, vi era l’omonima band americana di San Francisco, formatasi nel 1981 e dedita a un HM classico legato a tematiche fantasy, autrice di due buoni album come Flight of the Griffin del 1984 e Protectors of the Lair del 1986. Di questi ultimi si sono ormai perse le tracce da tempo e la loro casella all’interno dell’immaginario delle band attive è stata occupata dai norvegesi Griffin, che con The Ultimate Demise giungono al loro quinto album. I Nostri, come i conterranei Thunderbolt, vanno contro corrente, e da anni propongono un heavy metal classico nella terra che solitamente ospita e ha dato i natali a gruppi dediti al death/black. Mastermind dei norvegesi è il chitarrista Kai Nergaard, noto anche per aver rifiutato di entrare nei Children of Bodom, pur di portare avanti il proprio progetto Griffin.

Il disco si compone di dodici tracce, per poco più di mezzora di musica, ottimamente prodotti da una vecchia triglia degli studi di registrazione come Andy La Rocque (King Diamond). Si passa dal metallo quadrato e violento di The Ultimate Demise, Losing Control e Here Comes the Pain a momenti più legati all’hard rock epico come in Crown of Thorns, dove il singer Rolf Bakken dà il meglio di se. Non mancano alcuni pezzi trascurabili (Down on You, Pretty Hate Machine e Ain’t Hard to Die) e altri di HM retrò (Legends Live Forever e Restless Dream), dove i Griffin interpretano al meglio la lezione dei vecchi Saxon nonché degli oscuri Battleaxe. In mezzo a cotanta colata di sano metallo spicca l’enigmatica Angel, molto vicina, per interpretazione, ai Ten più duri, ma quello che emerge all’interno dell’album è il denominatore comune: picchiare senza paura mantenendo sempre viva comunque la giusta dose di melodia, soprattutto all’interno dei cori. 

I Nostri, con The Ultimate Demise, hanno probabilmente realizzato il miglior disco della loro carriera, ben consci che non passerà di sicuro alla storia, proprio perché mancante di quel minimo di originalità che permette di far rizzare le orecchie anche al più navigato degli ascoltatori. Quello che contava, per i Griffin, era confezionare un monolite di metallo incontaminato, onesto, senza orpelli inutili, e ci sono riusciti alla grande, nonostante qualche sbavatura in qualche brano, tanto che la maggior pecca di The Ultimate Demise mi sento di poter affermare che sia la copertina, da cestinare senza appello.   

Stefano “Steven Rich” Ricetti     

 

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