Recensione: The Unforgiving Road

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I Withem, band norvegese attiva da un lustro, arrivano a pubblicare il loro secondo album, a quasi tre anni dal debutto The Point of You, uscito per Sensory Records e che aveva lasciato ben sperare. Il gruppo scandinavo deve molto a band come Dream Theater e Symphony X, ma anche a connazionali quali Pagan’s Mind, Circus Maximus e Above Symmetry. Dopo aver tagliato un buon traguardo, come partecipare al ProgPower USA 2014, i Withem tentano di far parlare di sé con un platter che già dall’artwork, tuttavia, si presenta come stereotipato. L’avvoltoio appollaiato su un peregrino cartello stradale d’obbligo, resterà forse impresso nella mente, ma di certo per un cattivo gusto sopraffino. Che dire poi della strada “a strapiombo” con dei sinistri segni di sgommate? Meglio del solito surrealismo prog., l’artwork di The point of You, più semplice e teatrale. La line up resta invariata, a esclusione di Miguel Pereira, bassista assoldato nel 2013, al posto dello special guest Andreas Blomqvist (Seventh Wonder). Per il nuovo album i norvegesi, inoltre, firmano per Frontiers Records, label sempre attenta alle giovani band. Il commento stampa, per descrivere il sound dei Withem, parlano di «melody-driven songs, without drifting into the clichés of overly long instrumental sections and sheer complexity for complexity’s sake» (canzoni guidate dalla melodia, senza la propensione a cliché che prevedano lunghe sezioni strumentali e una ricerca di complessità autoreferenziale). Il ritratto è giusto, scopriamo come.

Le danze si aprono, dopo un intro atmosferico in pianissimo, con il riffone di “Exit”, che ricorda moltissimo quello di “A nightmare to remember” dei DT. Il drumwork, soprattutto e salta subito all’orecchio, è debitore del miglior Portnoy, il doppio binario chitarra-tastiera, invece, prevede dei synth un filo troppo spigolosi. Buoni gli stacchi di pianoforte, le linee di basso metalliche, e la voce? Ole Aleksander Wagenius ha una voce melodica, ma non graffiante, deve ancora migliorare, per ora non raggiunge i livelli del compatriota Michael Eriksen (Circus Maximus). Si colgono anche rimandi ai Pagan’s Mind, tutto insomma sa di già sentito, di anni zero del nuovo millennio, ma non per questo il sound non risulta godibile.
In the Hands of a God” sembra un pezzo preso da Havoc dei già citati Circus Maximus, la voce ricorda quella di Björn Jansson (Shadrane, Beyond Twilight, Ride The Sky), ma sugli acuti non ci siamo. Troviamo un minimo di originalità negl’inserti di clavicembalo burtoniano all’avvio della seguente “The Pain I Collected”, che presenta anche una seconda parte metal aggressiva al punto giusto.  “Riven” (lett. squarciato) è una buona ballad, con testi tra il religioso e il dualistico («Beneath the shell, there’s a riven soul»), i Withem nei contesti vocalmente meno sguaiati emozionano, basti la coda di pianoforte a riconferma. Buone dinamiche nella seguente “C'est la vie”, arricchita da un drumwork variegato e armonie di tastiera awakeniane. Il guitarwork droppato è saturo e oscuro, l’alternanza con ritmiche più snelle giova a un sound che vive di continue variazioni nelle soluzioni d’arrangiamento. Non manca nemmeno qui il pianoforte.
Solare l’avvio di “The Eye in the Sky”: «We ride down the memory lane / will our dreams come alive?». Convince l’intesa della sezione ritmica, l’entusiasmo messo in campo è contagioso, peccato per la voce non all’altezza e alcune ingenuità (delle seconde voci, poco incisive). Il ritornello termina con un consolatorio, ma un filo vacuo, «…we both know that life is beautiful». L’attacco in levare di “Arrhythmia” ricorda quello al fulmicotone di “Atomic Firelight” dei Pagan’s Mind. I testi parlano di un amore più che bruciante, ci descrive una fantomatica “tower of love”, una misteriosa Persephone… si poteva fare di più circa le liriche. Brano catchy, “In My Will” regala bicordi volitivi e linee vocali meglio gestite. La pagina del booklet riprende una metafora del testo («A falling leaf I am»). Una potenziale hit, in definitiva, i Withem devono continuare su questo tracciato. Hammond all’avvio di “Unaffected Love”, poi alcuni secondi strumentali che ricordano gli Above Symmetry (prima noti come Aspera). L’amore genuino indicato nel titolo si sostanzia in un buon prog. melodico, ma i testi sono stucchevoli («blood thicker than water, you’re a diamond in the rough»).
Per Ringkomposition l’album si chiude con un outro a riprendere l’armonium iniziale. Bonus-track nella japanes edition un pezzo live al progpower usa 2014, “Mr. Miruz”, con un buon coinvolgimento del pubblico.

Per concludere, si può considerare The unforgiving road un album discreto, frutto della voglia di fare di un gruppo dalle indubbie potenzialità, ma che deve ancora crescere e dimostrare una propria identità, non basta citare gruppi più blasonati e avere un buon bagaglio tecnico. Diamo tempo al tempo, la Norvegia è terra di sorprese…

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 
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