Recensione: The Verdict

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I Queensrÿche hanno ormai superato la tempesta e intrapreso un nuovo percorso, che poi è quello di tramandare la propria eredità (oltre trenta milioni di copie vendute) e il proprio nome storico con nuovi album, e soprattutto tour. "The Verdict" è il terzo con il frontman Todd La Torre a sostituire un Geoff Tate ormai in picchiata. Va detto che La Torre lo ricorda nel timbro, certo non nel carisma. Ma ha ancora senso portare avanti il proprio nome senza colui che ne ha plasmato la storia?
Il chitarrista fondatore Michael Wilton esalta il lavoro di squadra (completata dal bassista Eddie Jackson e dal chitarrista Parker Lundgren) svolto, al quale però è venuto meno il batterista Scott Rockenfeld per impegni personali, lasciando il lavoro dietro le pelli allo stesso La Torre, senza che se ne avverta la differenza. Si tratta di sopravvivenza fine a se stessa, oppure la band ha ancora qualcosa da dire?
 

The Verdict” si apre con “Blood Of The Levant”, pezzo sulla guerra in Siria e sviluppato nello stile classico dei Queensrÿche sia nell’andatura che nelle parti vocali. Insomma, il tappeto di benvenuto perfetto per i fan e per i nostalgici. “Man The Machine” ne segue l’impostazione, ha un riff sinuoso e il refrain arioso e corale che ricorda i vecchi tempi. Ottimo senz’altro il lavoro alla sei corde di Wilton e Lundgren che fa assaporare antiche elegie.
Il riff ipnotico di "Light Years" porta dentro a una composizione dalla melodia cyber-orientale un po’ fine a se stessa, nonostante il ritornello tenti di farsi avvincente. In mezzo un assolo che sembra preso dai Pantera, e qualche acuto di La Torre comunque più che valido. “Inside Out” ha un’intro filtrata, sintetica, e si rivela un mid-tempo in cerca del periodo “Rage For Order”, tra modernismi e tradizione un po’ troppo narcotici. Ascoltando l'epico metal n 'roll di "Propaganda Fashion" che gira a vuoto si ha proprio l’impressione di non essere alle prese con un album imprescindibile…
Per fortuna il mood di "Dark Reverie”, ballad oscura che non avrebbe sfigurato nel repertorio con Tate, risolleva il livello, timbrando l’highlight della situazione. Bella la parte finale avvolta dalle chitarre più ispirate del disco assieme a un leggero tocco sinfonico. È un pezzo che rivaluta le sorti di “The Verdict” visto il valore della successiva "Bent", traccia rocciosa, epica, varia, dedicata alla devastazione dei nativi americano con la giusta cattiveria e un assolo struggente. Certo, che un album a nome Queensrÿche presenti il meglio di sé solo passata la metà della tracklist lascia l’amaro in bocca, qualsiasi sia il risultato finale.
Inner Unrest” prosegue l’opera di recupero dei bei tempi, stazionando in zona “Empire”, con un altro buon refrain dal sapore classico. La spedita “Launder The Conscience” rinfresca la memoria sugli albori del class metal e sui primi passi della band, con stilettate di chitarra, potenza e acuti di La Torre. Chiude l’enigmatica “Portrait”, scialba come i troppi filler presenti in quest’ultima fatica degli americani.

Come detto, “The Verdict” serve a mantenere vivo il nome storico, ad avere un motivo per andare in tour, ma ci si aspettava di meglio da parte di chi ha scritto capitoli importanti della nostra musica preferita. Il nome del gruppo sopravviverà, lo avrebbe fatto anche senza quest’album ascoltabile su Spotify come sottofondo mentre si fa altro.

 

 

Simone "Svart" Volponi

www.facebook.com/QueensrycheOfficial

 
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