Recensione: The Wandering Daughter

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Potrei cominciare radunando tutti gli orfani della prima incarnazione degli Opeth, perché qui troveranno pane per i loro denti, ma i Piah Mater non vanno considerati l’ombra di nessuno.  Il terzetto brasiliano sarà pure al suo secondo cd, ma ha dannatamente le idee chiare e ampio margine per incidere il proprio nome a caratteri cubitali. Ok, ma ora procediamo con ordine. The Wandering Daughter è il loro nuovo lavoro e ha visto la luce il 5 ottobre del 2018. Soltanto 6 brani per quasi un’ora di musica dall’elevato livello emotivo, conferma che la qualità sia sempre meglio che la quantità. Il disco non è certo facile da assimilare e se vi aspettate il classico death metal tecnico con contaminazioni di vario tipo, lasciate perdere e tornate un altro giorno. I Piah Mater hanno scritto qualcosa che va oltre una sterile etichetta, una catalogazione utile soltanto per guidare coloro che si nutrono di preconcetti e lo si capisce non appena si entra nel vivo dell’album, superando la introduttiva Hyster.

 

Da lì in poi è un susseguirsi di ritmiche serrate, riffing compatti e aperture melodiche che si alternano a parti più violente, con i tre Caballeros che si lanciano in una scorribanda selvaggia in grado di trasformare ciò che gli sta attorno e stravolgendo l’ascoltatore con break inaspettati, ripartenze e giochi di chitarre e voci talmente forti che mettono in dubbio ogni nostra minima convinzione di aver già sentito qualcosa che si avvicinasse a questo lavoro. Ho menzionato gli Opeth in apertura e lo ribadisco, se vi mancano i primi lavori di Mister Akerfeldt, l’umido profumo di sentimenti disperati e la malinconia della quale l’intero disco è impregnato saprà farvi tornare indietro nel tempo, senza però suonare obsoleto e tantomeno vetusto. È un lavoro emotivamente consumato, che si rigenera ad ogni passaggio e vi culla attraverso le lunghe tracce, creando una sorta di continuum tra esse, senza che vi importi più il come, il quando, il cosa e soprattutto il perché. Ci stiamo lasciando ammaliare dal lavoro delle chitarre, dalla precisione batteristica e dai cambi di timbro vocale e quel pizzico di difficoltà nell’abbracciare l’aurea sonora creata dai Piah Mater non fa altro che indurci ad un secondo ascolto e ad un altro ancora.

Riesce difficile descrivere The Wandering Daughter con una manciata di parole, perchè sarebbe soltanto un modo per ridurre a qualcosa di uniformato una proposta talmente sfaccettata e introspettiva che arriverà in maniera differente sino al profondo dell’animo di ognuno di noi. Igor Meira e Luiz Felipe Netto hanno alzato il tiro e l’inserimento del nuovo batterista Kalki Avatara ha contribuito a dare profondità al sound della band. Lo stesso è messo in risalto da una produzione cristallina e dal contrasto tra le parti più metal e quelle più progressive, dove progressive non significa una marea di note messe a segno con abilità degne di superuomini sotto anfetamine, ma digressioni che accentuano la drammaticità di un almanacco sonoro che disdegna classificazioni di ogni tipo e intende semplicemente toccare l’animo dell’ascoltatore. Vi sareste aspettati un giudizio più alto, lo so, ma ammetto di essere stato severo per un motivo ben preciso. È soltanto il secondo album e il margine di miglioramento è pressoché infinito. Se i Piah Mater saranno in grado di mettere a segno un lavoro in grado di esaltare maggiormente singoli episodi e continuare nel processo di elaborazione delle parti più “soft”, avremo un capolavoro. Nel frattempo, inganniamo il tempo con questo eccezionale disco.  

 

 

Brani chiave: Solace of Oblivion / Earthbound Ruins

 
73