Recensione: The Waters of Death

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Ecco qui un altro gruppetto distribuito dalla nostrana Cruz del Sur da tenere d'occhio! Il gruppo si chiama Lethean, nato ufficialmente nel 2012 per volere del polistrumentista Ashbey e votato a un interessante mix di generi che spaziano dal doom, all’heavy di stampo eroico, alla NWOBHM. Con l’ingresso in formazione, l'anno scorso, della dotata cantante Thumri Paavana, dall’impostazione molto particolare, i Lethean hanno finalmente potuto dare corpo alle loro idee registrando il debutto “The Waters of Death”. Come già detto, l’album è costituito da un amalgama di sottogeneri diversi che passano dal doom, all’epic, al metallo classico di matrice britannica ma, diversamente da quanto mi sarei aspettato in un primo tempo, la proposta del duo risulta meno prevedibile del consueto. Nonostante, durante l’ascolto di questo “The Waters of Death”, si percepisca di tanto in tanto una malinconia di fondo piuttosto persistente, va aggiunto che la sapiente sedimentazione di influenze diverse permette ai nostri (anche se, forse, sarebbe più indicato parlare del solo Ashbey) di variare con una certa facilità l'umore delle composizioni per non scadere nell'eccesso di melodramma, inserendo di volta in volta fraseggi robusti e grintosi, sporadiche esplosioni vicine a certo rock anni ’70  e passaggi acustici dall’incedere ora delicato, ora solenne, ora inquieto. Sopra tutto, la particolarissima (almeno per questo genere) voce di Thumri che, lontana anni luce dallo stereotipo epic-doom sofferente, disilluso e carico di pathos, se ne esce con un piglio stentoreo e sfacciato ma non privo di una delicatezza limpida e ammaliante che, dopo il primo spaesamento, rende la musica dei Lethean qualcosa di ancor più personale e trascinante. Pollice alto anche per la produzione, che bilancia egregiamente i suoni creando un muro sonoro denso ma in cui ogni strumento è perfettamente riconoscibile.

L’inizio è affidato alla variegata “Idylls of the King”, che fin dai primi istanti mette in mostra le caratteristiche salienti del gruppo: introduzione ai limiti del rock che in breve rallenta per sviluppare un discorso più scandito, fatto di riff grassi e una sezione ritmica che morde il freno; l’accelerazione in perfetto stile maideniano dona alla traccia nuovo calore, che si intensifica durante il breve assolo. Il finale torna alla calma trionfale e scandita già incontrata in precedenza, chiudendo con una nota più morbida e riaprendo subito il discorso con la successiva “Seafarer”. Anche qui l’inizio è bello sanguigno, con le chitarre che dettano le regole intessendo melodie agguerrite per aprire, poi, brevi digressioni più dilatate e fastose. La canzone procede così, saltellando da un umore all’altro, fino al più dimesso arpeggio centrale che apre a una rapida sezione strumentale tipicamente britannica. Anche in questo caso, il trionfalismo torna a far capolino nel finale, ammantando la canzone col suo incedere solenne per poi sfumare nel rumore delle onde. “In Darkness Veiled” si apre con la voce di Thurmi sostenuta da un semplice arpeggio. La canzone esplode in meno di un minuto, dispensando prima riff solidi e trionfali e poi aumentando improvvisamente i giri del motore per confezionare un bell’heavy rock in cui si avverte già, tra un riff e l’altro, l’imminente rallentamento che si appropria della parte centrale del pezzo, insinuandovi le sue ombre sulfuree. Con l’assolo tornano i ritmi più rapidi che avevano ravvivato la traccia, rapidamente inframmezzati, però, da una nuova iniezione di placida solennità giusto in tempo per il finale, che chiude il cerchio tornando all’arpeggio iniziale. “Time and the Gods” parte grintosa, eroica, dominata da una batteria propositiva e chitarre dal profumo cavalleresco, che in breve rallentano per farsi rocciose ma senza perdere quel retrogusto anni ‘70 che torna in superficie di tanto in tanto. La frenata che apre la seconda metà del pezzo drappeggia a lutto la canzone con melodie dall’incedere funereo, mesto, ma il branno torna ad accelerare riconsegnandosi a ritmi più quadrati e compatti, su cui si distende la voce declamatoria di Thurmi, giusto in tempo per un finale che tributa i giusti onori all'heavy metal classico. Un cinguettio e un arpeggio disteso introducono “Across Grey Waters”; la voce delicata si insinua tra le note, fondendosi ad esse e guidando l’ascoltatore con la sua dolcezza in quella che potremmo definire la ballad dell’album per via del suo incedere rilassato e, a tratti, sognante. Il colpo di coda arriva poco dopo lo scoccare del terzo minuto: l’ingresso del resto degli strumenti porta a un’esplosione delle melodie, che nonostante si facciano robuste restano votate alla ricerca di un’atmosfera elegiaca e carica di pathos. Chiude l’album “Devouring Fire”, lunga traccia dall’incedere frastagliato in cui tutte le anime dei Lethean convivono in armonia: dall’introduzione battagliera all'arpeggio malinconico che ne segue e che si carica a sua volta di un'incombenza densa, scandita, passando per l’accelerazione eroica che la trasforma per un attimo in una cavalcata in perfetto stile NWOBHM, alla seguente e definitiva sedimentazione più spiccatamente heavy, tutto contribuisce a stratificare in modo equilibrato e avvincente l’amalgama musicale dei nostri, coronandolo con un un’atmosfera rarefatta che, di tanto in tanto, avvolge tutto con la sua nebulosa e sognante tranquillità.

Giusto per mettere i puntini sulle "i", “The Waters of Death” è un album degno del massimo rispetto: maturo, strutturato e passionale. La personale mistura dei Lethean viene gestita in modo impeccabile, affascinando da subito e crescendo col susseguirsi degli ascolti, consegnandoci infine un esordio affascinante e, senza dubbio, un’ottima base su cui sviluppare un discorso che già da ora si prospetta, a mio avviso, foriero di belle sorprese. Avanti così.

 
80