Recensione: The Waving Flame of Oblivion

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Comincia nel 1998 l’avventura dei Visionoir, moniker dietro al quale si cela Alessandro Sicur, unico componente di questo progetto musicale. Dopo aver registrato il primo demo, intitolato Through the Inner Gate, il progetto viene momentaneamente fermato per lasciare più spazio al lavoro con altre band. Tuttavia il musicista riprende il suo materiale solista nel 2017, quando esce The Waving Flame of Oblivion, primo vero full-lengh dei Visionoir.

Con questo lavoro Alessandro Sicur ci proietta in un universo dai tratti misteriosi, in un percorso di circa cinquanta minuti che presenta le idee del musicista con la naturalezza di un flusso di coscienza. Parte di questa sensazione deriva probabilmente anche dal genere proposto, che potremmo definire come una miscela di space rock, elettronica, progressive e il doom di band storiche come Candlemass e Black Sabbath. I brani sono tutti strumentali e Alessandro Sicur non si avvale di nessun ospite, suonando da solo tastiere, chitarre, basso e programmando la batteria elettronica. Per essere precisi, nonostante si tratti di un album strumentale, in alcune tracce possiamo ascoltare poesie lette da voci narranti che provengono dalle registrazioni di scrittori e poeti del Novecento, una scelta elegante che aggiunge un tocco di fascino all’album.
Si è parlato di infuenze doom e di alcune band nello specifico, ma una parte fondamentale della musica dei Visionoir, forse la principale, arriva da uno space rock anni Novanta che riporta alla mente soprattutto gli Ozric Tentacles, gruppo rimasto sempre in un circuito piuttosto ristretto ma tutt’altro che trascurabile nel suo genere. Grande uso di tastiere dunque, che non si limitano a creare tappeti sonori di sottofondo ma suonano molti dei temi principali e intessono continuamente giri ipnotici attorno ai quali ruotano gran parte dei pezzi. I riff di chitarra contribuiscono a inserire una componente più heavy e a rendere l’atmosfera più oscura, dal lento incedere su brani come “The Hollow Men”, peraltro una delle tracce migliori, o dal ritmo più energico su “Elecrto-Choc”, che parte con una prima sezione rilassata ma non rinuncia a un tocco dark. Per tutta la sua durata l’album oscilla in un mood tra lo spaziale, l’acido e il cupo, ma in un’occasione riesce anche a prendersi la libertà di esplorare territori diversi. “Coldwaves” è sicuramente il pezzo che più si discosta dagli altri grazie a un giro di piano quasi pop nell’introduzione, ripreso poi più avanti. Il brano costituisce una piacevole deviazione e illumina per un momento le nebulose oscure dipinte dagli altri pezzi ma, anche in questo caso, non manca il particolare lavoro di tastiere e sintetizzatori caratteristico di tutto il disco. Interessante anche “A Few More Steps”: sognante nella prima parte e nel finale, con una sezione centrale più enigmatica, il brano costituisce uno dei momenti migliori dell’album, assieme alla già citata “The Hollow Men”. 

Quel che di buono ha da offrire l’album viene purtroppo un po’ penalizzato dalla produzione, che ha ancora il sapore del demo sotto alcuni aspetti: i suoni delle tastiere sono convincenti e molto curati, ma le chitarre e la batteria non sempre hanno quell’impatto che aiuterebbe i pezzi in più occasioni. Non va comunque dimenticato che si tratta di un’autoproduzione, peraltro un esordio: il tempo e le occasioni per migliorare su questo fronte ci saranno sicuramente. Un buon inizio dunque, con qualche aspetto ancora da limare, ma che mostra allo stesso tempo il tentativo dell’autore di mettere insieme le proprie influenze alla ricerca della sua personale visione musicale.

 
70