Recensione: The Wild

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Primo capitolo discografico per gli olandesi Celesterre. Un Ep ed una demo precedono il lavoro, figlio di un sound che mesce in modo dissonante ed evanguardistico elementi diversi. Una base heavy la loro, con cadenze doom a decretarne l’aspetto più epico. Oltre a ciò non mancano connotati progressive rock ed ambientazioni black, come se Power Courts, Roots, Thought industry e Fen si fondessero in un ideale essere. 

Decisamente originale quindi il loro modo di fare musica, un taglio  che abbraccia filoni diversi, reinterpretati e fusi in una cacofonia di intenzioni. L’interpretazione vocale è assai teatrale ed espressiva, urla libere che a braccia aperte lasciamo correre via verso un cielo terso. Non mancano istanti di romanticismo, acustici fraseggi che in ‘Endure The Cold’ si fregiano della stupenda voce femminile di Miriam, la cui presenza regala eleganza e un fascino vagamente gotico al progetto. 

Attenzione, parliamo solo di sfumature, perché è sempre l’heavy doom a regnare sovrano, spiccando poi il volo in un black progressivo ed avanguardistico. 

Full-length complesso, che non vi colpirà nell’immediato ma che dovrete scoprire via via con più ascolti. Al di là di un discorso strettamente tecnico, sul quale tra l’altro non ravvisiamo virtuosismi o eccessi, è l’espressività e la scarsa immediatezza di strutture e melodie a metterci alla prova.

C’è un non so che di horrorifico nelle tonalità delle voci, citazione a King Diamond ci pare doverosa, se non altro per la conturbante disperazione che talvolta si manifesta negli artisti.

 Se volete guardare oltre a certi stereotipi vi consiglieremmo l’ascolto di “The Wild”, album camaleontico e pittoresco, la cui acutezza vi affascinerà in ogni aspetto. Forse l’unico neo che ravvisiamo è l’eccessiva voglia di rendere sempre e comunque melodrammatico ogni istante del disco, ma per il resto complimenti davvero.

Stefano “Thiess” Santamaria

 
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