Recensione: The Wild Hunt

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«Open!
Ye Crypt Of Woe, Ye Depths Of Death.
Where Haunts The Siren’s Wail,
Maddening And Deafening»

Per la quinta volta dal loro debutto datato 2000, i Watain tornano sulle scene e lo fanno con questa “caccia selvaggia”, che lascia ampio spazio all’immaginazione nelle sterminate foreste svedesi, e tre anni dopo “Lawless Darkness” l’attesa e la curiosità intorno alla figura di Erik Danielsson e alle sue visioni sfociano in “The Wild Hunt”. Dal primo “Rabid Death's Curse” i Nostri sono riusciti a catapultarci a ogni nuova release in una dimensione spazio/tempo che va oltre la realtà, ma pur sempre tenendoci ancorati alle loro radici. Questo merito è dovuto in primis allo sconfinato senso della composizione, che permea in maniera irreversibile il loro stile e li fa emergere da centinaia di altre band che si prodigano con il lato oscuro del metallo.

La domanda sorge spontanea: da che parte avranno virato i Nostri? Non c’è ombra di dubbio che siano andati – per l’ennesima volta – oltre e altrove. I Watain continuano a mettere in musica le proprie cerebrali visioni, seguendo in maniera naturale “Lawless Darkness”, che aveva visto un’evoluzione stilistica dettata dalla inesauribile vena compositiva di E., che rende alla vecchia scuola black metal nuovi elementi e una complessità di scrittura che non dà nulla per scontato, e che esula spesso dall’ambito prettamente musicale. A tal riguardo focalizzerei l’attenzione su due dipinti ottocenteschi: “La Grande caccia, Åsgårdsreien“ del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo del 1872 e "La Grande Caccia di Wotan" del pittore tedesco Friedrich Wilhelm Heine, datato 1882, e la loro connessione con i racconti mitologici dell’Oskorei, che in lingua norrena narrano di legioni di anime di defunti che cavalcano nei cieli notturni, e che in picchiata scendono sulla terra per rapire esseri umani e portarli via con loro. Il loro esercito pare sia comandato da quell’Odino tanto caro al “Conte” e le urla e il rumore infernale delle sue schiere riportano al black metal moderno. Non è casuale che ognuno dei titoli sia riconducibile a quello che la leggenda narra, una sorta di concept-album con una direzione ben precisa che fa ripercorrere mito e realtà dell’Oskorei nelle nostre menti.

“Night Vision” inizia dove “Waters Of Ain” chiudeva “Lawless Darkness”, e il suo inquietante arpeggio iniziale, fuso con un bandoneon, ci conduce dolcemente alle porte di queste nuove lande. Un’improvvisa modulazione armonica ci dà un primo segno di disagio nei suoi boschi nebbiosi, e sintomi di un triste ritorno alla realtà iniziano a materializzarsi. Complici un’angoscia dettata dalle rasoiate della sei corde di P., sui quali la violenza del “De Profundis” si sprigiona sin dal primo momento, e sui riff taglienti si staglia la voce di E., a totale agio sui tempi dispari dettati da H., spezzati solo da un breve momento melodico che conduce al finale. “Black Flames March” è ispirata da lunghi accordi e da un frenetico lavoro in fase ritmica, dove degli stacchi danno il via alla sua teatralità, espressa dall’ugola raschiante di E.

«God (Of The Other Side)
Soveriegn Of Conquest.
Dark One»

che detta il tempo di marcia delle schiere di Odino, sul quale la vena melodica della chitarra di P. la fa da padrone, facendo da anello di congiunzione tra il bene e il male. “All That May Bleed” e ”The Child Must Die” sono i brani che annunciavano allo scoperto il ritorno dei Watain, intraprendendo sentieri diametralmente opposti. Laddove il primo racchiude buona parte dell’essenza black metal degli albori, il secondo fa pregio di melodia e stacchi che conducono al sommesso:

 

«Far Beyond The Grace Of God,
The Tiny Tomb’s Prepared,
"Liberatus Est",
The Silent Stone Declares»

 

Capitolo a sé merita “They Road On”, a partire dalla sua non casuale collocazione nella tracklist, poiché occupa la stessa posizione della title-track di “Lawless Darkness”, calcandone la sequenzialità armonica e ritmica in 6/8, mentre in fase di lead la voce acida di E. si trasforma come per incanto in soave melodia per tutti i suoi nove minuti. Non nascondo che il primo impatto è stato brusco, ma dopo aver avuto una visione globale del lavoro questa vera e propria ballad con tanto di chitarre flanger e percussioni ci fa immergere ancora più a fondo nella vastità e complessità musicale che circonda il mondo Watain. I suoi semplici accordi, le ritmiche e i suoi fill, segnano quella linea che inevitabilmente divide i seguaci, ma che allo stesso tempo ne ammette altri provenienti da altri ambienti. Sulla stessa riga è incentrata la prima parte della strumentale “Ignem Veni Mittere”, che mette in risalto le melodie sopraffine di P. che sfociano in una seconda parte che sconfina in un “quasi-doom” melodico che richiama le urla dei dannati nei cieli notturni. “Sleepless Evil” ci porta a contatto con il lato più death metal della band, ma solo fino a un intermezzo di solo piano che richiama all'ordine e porta i Nostri a ristabilire il contatto con la loro terra d'origine, mediante un susseguirsi di sezioni articolate con gran classe. La “title-track omaggia i primi capolavori melodico/sinfonici di Quorthon e i suoi Bathory e, se a primo impatto non mostra elementi di contrasto ritmici, i pochi cambi armonici sono enfatizzati dalle "basse pelli" (tom e timpani) dalla batteria, e il finale con una sorta di coro greco farcito di flamenco, dove alla chitarra acustica risponde l’ensemble con accordi “aperti”. L’intro afro di “Outlaw” è il giusto preludio per il riffing spinto a mille dal drumming di H., splittandosi con sezioni melodiche che riportano i Nostri sul pianeta dei mortali. “Holocaust Dawn” segna la fine di questa battuta di caccia, che non sempre vede la vittoria delle forze del male, e riassume nei suoi sette minuti la direzione e il coraggio di riuscire a esprimere nuovo materiale con altresì tanta inventiva e classe, chiudendosi con:

«Shine Now Ye Strange Light!
Shine, Rampant Star!
Pale, At Holocaust Dawn»

I puristi e amanti dei primi Watain che non hanno preso di buon occhio il precedente lavoro, guarderanno con ancor più diffidenza “The Wild Hunt”; ma mettendo da parte i primi ascolti e il “partire prevenuti”, si apriranno tanti mondi paralleli che si amalgamano con l’universo del trio svedese. Il lavoro dietro le pelli di H. che riesce a differenziare metricamente, ritmicamente e soprattutto timbricamente le varie sezioni (con un uso dei piatti da fuoriclasse, senza accenni di ripetizione e di strafare) si trova sulla stessa lunghezza d’onda che articola il discorso della sei corde di P., spaziando negli ambienti più angusti e mettendosi al servizio del discorso globale, dal riffing più spietato alla delicatezza nei momenti più intimi della band. Perché d’intimità ne troviamo e scopriamo lati finora inesplorati dal combo; e non è un tradimento nei confronti dei fan, ma un’evoluzione naturale che porta inevitabilmente il trio a mettere in gioco il suo lato nascosto, che non sfocia nel totale abbandono alla violenza espressa fino al capolavoro “Casus Lucifer”, ma va a completarsi con sfumature e piccoli dettagli che si susseguono con naturalezza, a voler prender spunto dagli stessi dettagli nascosti nella copertina, tra esoterico e (ir)reale.

Erik Danielsson dimostra ancora una volta di essere tra le menti più brillanti non solo in fase di scrittura ma anche di esecuzione, ampliando e arricchendo il discorso interrotto bruscamente nel 2006 con i Dissection, lasciandoci con un dubbio amletico: che non sarà Jon Nödtveidt il comandante delle schiere dell’Oskorei?

 

Vittorio "Versus" Sabelli

 

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