Recensione: There Was Death

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I My Silent Wake sono nati nel 2005 e, da allora, hanno dimostrato di essere una band estremamente prolifica in fatto di produzione discografica. Tant'è vero che “There Was Death”, l'ultimogenito, è il decimo full-length partorito in tredici anni di attività. Grande capacità creativa, insomma, che non può che andare a braccetto al talento di Ian Arkley, polistrumentista nonché mastermind dell'ensemble inglese il quale, per discendenza etnico-culturale, non può che prendere maledettamente sul serio la propria musica.

E così è: “There Was Death” è un album che fa della perfezione formale il suo cavallo di battaglia. Una perfezione che si riscontra in ogni passaggio, in ogni accordo, in ogni battuta dei nove episodi che lo compongono. In parole povere, un insieme enorme di note nessuna delle quali è fuori posto dal contesto teorico del genere musicale dedicato. Che, in teoria, è un death/doom che dice poco o niente: alle solite, esiste o il death o il doom, e non il death/doom, ma lo stile dei My Silent Wake appare avvicinarsi parecchio al gothic duro che era in voga a metà degli anni novanta, ampiamente elaborato e avvalorato, guarda caso, da molte formazioni britanniche. Avvicinarsi non significa sovrapporsi, per cui, alla fine, il doom è la fattispecie musicale che più si avvicina al sound del quartetto di North Somerset.

Non si tratta, però, di doom classico. Neppure di funeral doom. Le cupe atmosfere create dalla spinta visionaria di Arkley sono guidate da ritmi sostenuti, a volte addirittura elevati ('Killing Flaw'). Con ciò, regalando ai My Silent Wake un forte carattere di unicità. Nessuna invenzione clamorosa ma lo spirito di un marchio di fabbrica identificabile facilmente e esclusivamente con essi, grazie - anche - all'interpretazione vocale dello stesso Arkley, che si articola su toni aspri, solidi, espressi da un growling stentoreo molto rude, scabro. 

Rigorosa, pure, la struttura compositiva delle song, fluida e regolare, senza sussulti, indirizzata a disegnare segmenti piuttosto lunghi, coerentemente in linea con la tendenza media del doom. Song che, pur beneficiando di un notevole arricchimento derivante dall'uso delle tastiere, risultano essere granitiche, a volte addirittura scarne, costantemente volte alla ricerca di armonie accessibili ma non accattivanti. 

A parte la dolce e struggente 'Ghosts of Parlous Lives', delicata suite che, in controtendenza rispetto allo scorrere uniforme degli altri pezzi, manifesta una spiccata indole malinconica ma, soprattutto, la presenza di una stupenda arcata melodica in corrispondenza del bridge e del chorus. Sicuramente il momento migliore di “There Was Death”, che lascia in sospeso l'interrogativo: «perché, rispetto a 'Ghosts of Parlous Lives', le altre song perdono armonia e profondità emotiva?». Anche se la risposta non si può ricavare dall'ascolto del platter, si tratta certamente di un fatto voluto, giacché i Nostri paiono avere tutte le carte in regola per innalzare il livello di melodiosità della musica a loro piacimento.

Questo particolare approccio, volto a una scrittura scevra di lampi armonici quanto piuttosto dedita a un sound introverso e riottoso, unitamente alla ridetta perfezione formale della scrittura medesima, toglie un po' di freschezza alle canzoni, rendendole a volte prevedibili. Come se, prima di girare l'angolo o meglio di passare da un brano all'altro, si sapesse già a cosa si andrà incontro.

Comunque, la professionalità My Silent Wake è davvero ai massimi livelli internazionali e così la loro serietà.

Forse, troppa. 

Daniele “dani66” D'Adamo

 

 
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